.
Annunci online

  sinistrademocraticachieti [ ]
         


19 gennaio 2008

il Professore, il Papa e il Ministro...

NOTA: PER RITORNARE AL SITO CLICCA SU  WWW.SDCHIETI.ILCANNOCCHIALE.IT


La lettera di Marcello Cini sulla presenza del Papa alla Sapienza

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell'agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell'inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell'università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».
Come professore emerito dell'università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo politico e mediatico.
Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull'incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c'è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell'ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio».
Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all'imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all'origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l'espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino. Un'appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l'altro attraverso una maldestra negazione dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell'avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell'evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?

Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università La Sapienza».

Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell'autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.

Marcello Cini

Per avere un’idea più ampia su Marcello Cini si consiglia di visitare i seguenti siti:

http://matematica.unibocconi.it/cini/cini.htm

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/01_Gennaio/21/nucleare_no.shtml

http://www.lanuovaecologia.it/scienza/ricerca/2745.php

 

le reazioni

 
ROMA (14 gennaio) - Sono 67 gli scienziati e ricercatori che criticano l'intervento del Papa, all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università La Sapienza di Roma, giovedì 17, definendolo evento «incongruo» e non in linea con la laicità della scienza. Contro l'intervento è stata presentata nei giorni scorsi una lettera al rettore Renato Guarini, un'iniziativa che sta raccogliendo consensi nel mondo scientifico, anche da scienziati italiani all'estero. Tra i firmatari, i fisici Andrea Frova, autore con Mariapiera Marenzana di un libro su Galileo e la Chiesa, Carlo Maiani, da poco nominato presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Carlo Bernardini, Giorgio Parisi, Carlo Cosmelli. Dure le reazioni, con il rettore che definisce "piccola minoranza" i firmatari della lettera, mentre Radio Vaticana parla di iniziative di tono censorio. È iniziata anche la mobilitazione studentesca, che ruota intorno al collettivo di Fisica. Il via alla quattr giorni anti-clericale è stato dato oggi da un pranzo a base di vino e porchetta, seguito dalla proiezione di La vita di Galileo.

Il testo della lettera: «Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza. Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: “All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato».

Le critiche degli scienziati Non c'è chiusura al dialogo con la chiesa, ma «non si capisce perché il rappresentante di uno Stato estero debba inaugurare un'università statale», non è nemmeno chiaro perché chiamare il rappresentante di una sola confessione religiosa ad un evento di primo piano di un ateneo in cui sono rappresentate più confessioni. «Non abbiamo voluto le firme dei colleghi che hanno incarichi direttivi, ma le adesioni sono arrivate numerose e superano di dieci volte il numero dei firmatari», spiega il fisico Andrea Frova, autore di un libro su Galileo e la chiesa. «La lettera - aggiunge - era un documento interno, poi finito nelle mani della stampa». Non c'è alcune legame con la protesta studentesca che si sta organizzando in queste ore in vista della cerimonia di giovedì 17.

La lectio magistralis In seguito ad alcuni incontri informali con il rettore il programma della cerimonia sarebbe cambiato. Inizialmente il programma prevedeva che a tenere la lectio magistralis fosse papa Benedetto XVI. Il programma definitivo indica adesso che sarà tenuta dallo storico del diritto Mario Caravale. Quindi la parola andrà al sindaco di Roma, Walter Veltroni, e al ministro per l'Università e la ricerca, Fabio Mussi. A questo punto è prevista la visita del papa, con un discorso in programma poco dopo le 11.00.

Il rettore: contro solo una minoranza «Contro il Papa c'è solo una minoranza dei 4500 docenti della Sapienza». Lo afferma il rettore, Renato Guarini, che in un'intervista alla Radio Vaticana rileva che l'università romana si appresta ad accogliere «con gioia» Benedetto XVI «uomo di grande cultura e messaggero di pace». L'invito al pontefice è stato motivato dall'aver dedicato la cerimonia di inaugurazione all'impegno contro la pena di morte. «Intendiamo infatti proporre un appello alla comunità scientifica internazionale a sostegno della moratoria e per la progressiva abolizione della pena capitale dagli ordinamenti nazionali in tutto il mondo. Benedetto XVI sarà accolto come messaggero di pace e di giustizia e uomo di pensiero. Allo stesso modo la nostra università ha più volte accolto rappresentanti di altre confessioni religiose e li ha riconosciuti come interlocutori in un franco dialogo sulla convergenza di alcuni valori umani e civili».

Contro gli scienziati Il genetista Bruno Dalla Piccola definisce questa presa di posizione «un'uscita vergognosa che sicuramente non fa onore ad un'università grande, importante come la "Sapienza"». Critica anche Mariapia Garavaglia, vicesindaco di Roma: «Tralasciando ogni considerazione riguardo il ruolo fondamentale rivestito dalla Santa Sede nella città di Roma, incluso naturalmente l'ambito accademico, mi limito a domandarmi e a domandare se sia concepibile da parte di chi si dichiara così convintamente laico risolvere un problema, che poi non è tale, invocando un divieto. Mi sembra una chiara contraddizione della libertà intellettuale per definizione»».

Le reazioni politiche. Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Fi, la definisce una crociata laicista, mentre Francesco Borgomeo, responsabile del programma dell'Udeur sottolinea che «i presunti difensori dell'orgoglio laico, che la laicità è una categoria del religioso e pertanto ha assunto in modo intrinseco il valore del rispetto degli altri». «Un atto di scarso rispetto nei confronti degli studenti cattolici e non» viene definito da Antonio Tajani, presidente degli eurodeputati di Forza Italia.«La cultura è confronto di idee - aggiunge - Come pensano certi intolleranti professori della Sapienza di garantire una migliore formazione degli universitari? Certe scelte, evidentemente, derivano dal fatto che sono ben pochi i docenti in grado di tener testa alle argomentazioni del teologo e filosofo Joseph Ratzinger».

Studenti tra favorevoli e contrari Gli studenti del collettivo di Fisica il no al papa viene motivato con diverse argomentazioni: «perché viene come un capo di Stato pronto a diffondere dogmi», «perché si permette di esprimere giudizi su argomenti non di sua competenza, come quelli scientifici e influenza la maggior parte dell' opinione pubblica», aggiunge Gino, dello stesso collettivo; «perché è un ostacolo all'avanzata dei diritti degli omosessuali e perché è un ostacolo al progresso civile dell' Italia», sottolinea una matricola della facoltà di Medicina. Ci sono poi molti che si dichiarano «felici di ricevere il Papa» o «assolutamente disinteressati». «Non riesco a capire tutto questo zelo contro il Papa - dice Fabiana, laureanda della facoltà di Lettere - A me fa piacere che venga ed, essendo cattolica, giovedì andrò a sentire le sue parole». «A noi non importa chi verrà all'inaugurazione di giovedì - le fanno eco altre tre studentesse della facoltà di Chimica - Troviamo, però che inneggiare così facilmente all'anticlericalismo sia quanto meno fuori tempo». La maggior parte degli studenti interpellati si è dichiarata «indifferente sia all'intervento di Benedetto XVI sia alla reazione anticlericale di alcuni docenti e collettivi» ritenendoli «di nessun interesse».

Il gruppo di don Orione Gli oltre 500 giovani che fanno riferimento al gruppo don Orione appoggiano la venuta del Papa: «siamo convinti che chi fugge al confronto non porta alla crescita della nostra società, ma solo ad un inutile scontro lontano da quanto il Papa ci ha sempre indicato come metodo per essere cittadini del mondo: guardare al prossimo per crescere noi».

Manifesto sotto la Minerva Un manifesto con una scritta inneggiante al «sapere laico» è spuntato questa mattina ai piedi della Minerva, la statua simbolo della Sapienza. «Il sapere non ha bisogno né di padri né di preti - questa la scritta a caratteri cubitali - per un sapere, una scienza e una università laici».
Veltroni: intolleranza inaccettabile. Ateneo blindato
giovedì, 17 gennaio 2008 12.19 147


Altre reazioni

ROMA 17 gennaio (Reuters) - Gli esponenti del mondo politico e della cultura intervenuti oggi all'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Roma "La Sapienza", hanno criticato duramente le proteste che nei giorni scorsi hanno spinto il Papa a rinunciare alla visita all'ateneo, nel corso di una cerimonia blindata e in cui non sono mancate proteste.

"Ciò che è successo, per un democratico, è inaccettabile", ha detto oggi il leader del Pd e sindaco di Roma Walter Veltroni intervenendo alla cerimonia, trasmessa in diretta tv da alcuni siti, in cui è stato comunque letto il discorso che il Pontefice aveva preparato per l'occasione.

 

Nei giorni scorsi il Vaticano ha annullato la visita del Papa in programma da tempo per oggi dopo le contestazioni di alcuni docenti e studenti dell'ateneo della capitale mentre il governo, quasi tutta la classe politica e il presidente della Repubblica hanno dimostrato la propria solidarietà al Pontefice.

 

"Mai può accadere, per nessun motivo, che l'intolleranza tolga la parola a qualcuno. Men che meno se si tratta di discorsi sui diritti universali e se si tratta di Papa Benedetto XVI, un punto di riferimento culturale, spirituale e morale per milioni di persone", ha aggiunto Veltroni.

 

Intanto non sono mancate le proteste organizzate all'esterno della sede universitaria da molti studenti che hanno dato vita a un corteo contro le severe misure di sicurezza organizzate per l'occasione e che hanno impedito a molti di entrare.

 

MUSSI: "NON E' ATTENTATO AL PRINCIPIO DI LAICITA'"
"Quello che dice il Papa può ben essere criticato, ma non è un attentato al principio di laicità il fatto che il Papa possa prendere la parola in questa sede, per un intervento e non per una lectio magistralis a nome dell'ateneo", ha detto oggi il ministro dell'Università Fabio Mussi nel suo intervento.
"Da ministro della Repubblica, che ha difeso con intransigenza il carattere laico delle istituzioni pubbliche sotto la sua responsabilità, confermo il mio rammarico per il fatto che si siano create le condizioni che lo hanno spinto a rinunciare", ha aggiunto Mussi.
Sulla stessa linea di Veltroni e Mussi anche l'intervento del rettore de "La Sapienza" Renato Guarini -- che ha detto di sperare che ci sia un'altra occasione per accogliere Papa Benedetto XVI --
Guarini ha detto che è opportuno fare una riflessione "serena e pacata" su quanto accaduto e che le "manifestazioni di intolleranza" vanno "accuratamente distinte dall'espressione di un legittimo dissenso, seppur minoritario".


Il testo integrale della lettera Papa resa pubblica dal Vaticano

Questo il testo integrale della lettera che Papa Benedetto XVI avrebbe dovuto leggere all'Universitá "La Sapienza" di Roma in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico:

"È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

 

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità. Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.
Ma qui emerge subito la domanda: come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica.
I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.
Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò.
Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito.
Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.
Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro".

Città del Vaticano, 17 gennaio 2008

Le “mosse” del Vaticano: il cardinale vicario di Roma, Camillo Ruini, ha invitato i fedeli a partecipare all'Angelus di domenica 20 gennaio in piazza San Pietro per manifestare la solidarietà di fedeli ma anche di tutti i romani al Papa.

…e quelle della classe politica: Roma - Rosy Bindi sì: «Io ci vado tutte le domeniche, se sono a Roma. Altrimenti lo seguo in tv». Renzo Lusetti pure. Lui del resto da tanti anni è amico del cardinal vicario Camillo Ruini. Ci sarà anche l’uomo del giorno, Clemente Mastella, che racconta: «Domenica mattina sarà la mia unica uscita in questo periodo. Parteciperemo come gruppi parlamentari alla manifestazione di sostegno al Santo Padre». E ci sarà Enzo Carra, che si porterà appresso l’intera pattuglia dei teodem: Luigi Bobba, Paola Binetti, Emanuela Baio Dossi. «Ma non solo loro - puntualizza -. Verranno anche altri esponenti del Pd, come ad esempio Nicodemo Oliverio». Livia Turco pare di no. Francesco Rutelli invece sì, eccome. «Sarò a San Pietro da credente e da cittadino romano», spiega il vicepremier. E Veltroni? Che farà Walter, che ha appena definito Benedetto XVI un «punto di riferimento», sarà in piazza con gli altri? Al momento l’appuntamento «non è nell’agenda» del segretario del partito democratico. Però, mai dire mai. «Il sindaco dovrebbe andarci - sostiene Giorgio Tonini, responsabile economico del Pd - come atto di affetto per il Papa, di solidarietà della città».
Tutti a San Pietro. Tutti all’Angelus per stringersi attorno al Pontefice. Compatti i cattolici del centrodestra, mentre aumentano le adesioni del centrosinistra. Tanti politici, forse troppi, al punto da spingere Ruini, che pure ha promosso l’iniziativa, a dare un bel colpo di freno e a chiedere di non sventolare bandiere. «Quello di domenica - ricorda il cardinale - non è un comizio ma una riflessione del Papa e una preghiera».

An raccoglie il senso dell’invito di Ruini. Andrea Ronchi, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno parteciperanno «senza alcuna insegna di partito». Nessuna strumentalizzazione partitica, promette Gasparri, «ma un solo grande grido corale, libertà». Ci sarà, in qualità di «cattolico infante», pure Francesco Cossiga, che invece lancia un appello ai giovani che saranno presenti: «Organizzate ronde anche armate di bastoni e impedite l’accesso alla piazza e cacciate via da essa, se si presentano, gli ipocriti cattolici democratici Rosy Bindi e Renzo Lusetti».

___

INTERVISTA DI MARCELLO DEL 21 GENNAIO 2008 CINI RIPRESA DA APRILE.INFO

"Laicità malata? Non la nostra"

Emiliano Sbaraglia,  21 gennaio 2008

L'intervista      La corsa dei politici per presenziare all'Angelus di domenica mattina (previa convocazione di Ruini), dovrebbe destare sentimenti di sgomento e preoccupazione in chi continua a credere di vivere in uno Stato laico, non condizionato dalle ingerenze della Chiesa Cattolica, la cui secolarizzazione travestita da confronto e dialogo sembra continuare senza sosta. Intervista a Marcello Cini, che prepara una lettera a Mussi

Centomila persone a piazza S. Pietro, duecentomila per la questura. Sono anche questi i miracoli della Chiesa, visto che solitamente la guerra delle cifre sulle manifestazioni pubbliche subisce un trattamento esattamente inverso. In ogni caso, molta gente all'Angelus di Ratzinger della scorsa domenica, reclutata soprattutto dalla macchina mediatica e organizzativa gestita con la consueta abilità dal cardinale Ruini. La parata dei politici ha visto al centro della piazza Francesco Cossiga con la sua seggiolina, mentre intorno circolavano una dozzina di parlamentari appartenenti al Pd, vari "devoti" rappresentanti dell'opposizione, e un Clemente Mastella con sciarpa rosa al collo e la lacrima facile. La moglie, come si sa, seguiva da casa. In questo articolato e sconcertante raduno di fedeli, provenienti da ogni parte d'Italia, il Papa, pur senza affondare il colpo, è più volte tornato sul suo rifiuto di giovedì scorso, giorno dell'inaugurazione dell'Anno accademico alla "Sapienza". Molti striscioni dei "militanti", infatti, erano ispirati alla vicenda della settimana passata. Ma come interpretare questo scenario? Lo abbiamo chiesto a Marcello Cini, professore emerito di Fisica dell'università romana, il principale bersaglio della controffensiva cattolica.   

Professore, cosa ne pensa di questo Papa-day?
L'impressione è quella di una giornata annunciata, del tutto prevista e "sapientemente" concertata. Ci siamo così trovati di fronte a una creazione-sanzione unanime anche di tutto il sistema politico e mediatico, che speriamo concluda questa caccia alle streghe di cui siamo stati vittime, io per primo, e gli altri i colleghi che hanno sostenuto le stesse posizioni. Una ignobile caccia alle streghe, mi permetto di aggiungere, tanto più ignobile visti poi tutti i riferimenti magnanimi e aperti alla tolleranza che abbiamo ascoltato domenica.
La sento profondamente dispiaciuta...
Sì, e mi sgomenta e mi addolora più di tutto il fatto che a questo gioco sporco si siano prestati alcuni esponenti di una parte politica nella quale in modo più o meno diretto mi identifico. Sono sempre stato un uomo di sinistra, e l'interpretazione mistificante di quello che chiedevamo e volevamo è arrivata anche da alcuni rappresentanti di quella dovrebbe essere una sinistra nuova e plurale. Ma la sinistra non avrebbe dovuto fare questo, proprio in nome dei principi della tolleranza e del dialogo. Invece c'è stata una intollerante condanna senza appello nei nostri confronti.
Per questo sta preparando una lettera a Mussi?
Anche per questo. Ma è una lettera strettamente privata, che deciderò se rendere pubblica o meno a seconda della risposta.
Rispetto alla domenica di S. Pietro, Mussi ha però parlato di un evento che aveva "sapore di strumentalizzazione"...
Sì, ho letto, ma mi chiedo: dov'era il ministro quando è stato diffuso il comunicato d'agenzia del primo novembre, con la proposta del Rettore a invitare il Papa, proposta non discussa, e presentata unilateralmente al Senato accademico? Lì, per esempio, si doveva chiedere di coinvolgere in sede di discussione il ministro stesso. Dopo due settimane è arrivata la mia lettera a "Il manifesto", con le conseguenti 67 firme, e anche in quel caso silenzio. Ricordo infine per l'ennesima volta che nessuno ha tappato la bocca al Papa; è stato il professor Ratzinger a decidere di non venire a pronunciare quello che sarebbe stato un monologo, e non un dialogo: altra mistificazione di tutta questa canea che si è artificiosamente sollevata.
C'è anche chi ha commentato questa iniziativa come un tentativo da parte del Rettore di riconquistare una certa credibilità e visibilità, dopo recenti vicende poco chiare  e le imminenti elezioni d'Ateneo per eleggere il nuovo Rettore. Lei che ne pensa?
Non mi pronuncio su reali intenzioni o supposte convenienze, non lo ho mai fatto nella mia vita. Quello che penso in ogni caso è che il Rettore è un cretino...
Prego?
Lo può scrivere, visto che è stato lui ad utilizzare lo stesso termine nei miei confronti. Ed è un cretino perché in maniera superficiale ha puntato sull'evento mediatico, pensando così di attirare le luci del sistema mediatico sull'inaugurazione universitaria (e quindi sulla sua immagine), che di solito è una cerimonia semiclandestina.
Nel suo ultimo editoriale Eugenio Scalfari ha parlato di "atei devoti" e dell'Italia come di un "giardino vaticano". Siamo ridotti così?
Un paio di settimane fa avevo letto quasi con entusiasmo l'articolo di Scalfari, riguardante l'abbandono del sacro e il ricorso al profano, condividendo analisi e giudizi spesso molto crudi. Qualche giorno dopo l'articolo di Ezio Mauro, tra le altre cose, parlando della posizioni mia e dei miei colleghi parlava  invece di "laicità malata". E con stupore ho letto che Scalari in questo ultimo editoriale che, condivide il giudizio del direttore di "Repubblica" sulla laicità malata. Anche stavolta sono quasi del tutto d'accordo con quello che dice, ma quel passaggio forse se lo poteva risparmiare. Perché noi non siamo laici malati, ma difensori dell'autonomia dell'università e della cultura.
Anche "Repubblica" dunque si è prestata al "gioco mediatico"?
No, non dico questo: anzi, ringrazio "Repubblica" per l'intervista di lunedì, che rispecchia interamente il mio pensiero. In più sul quotidiano in questi giorni hanno scritto interventi molto apprezzabili firme come quelle di Franco Cordero, Paolo Flores, Giovanni Valentini.
Ma questa accusa di laicità malata mi ha ferito molto.



PER RITORNARE AL SITO CLICCA SU  WWW.SDCHIETI.ILCANNOCCHIALE.IT




permalink | inviato da sdchieti il 19/1/2008 alle 23:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



21 ottobre 2007

importanti documenti dai compagni di Ortona

Comunicato stampa e lettera ai partiti della Sinistra radicale in Ortona.

 

Vogliamo indirizzare un augurio sincero al costituito PD, i cui consiglieri comunali abbiamo contribuito lealmente ad eleggere.

Nessuna nostalgia, però, visto che sappiamo bene come le nostre strade da oggi si separino, nei valori politici e nei metodi di una democrazia di sinistra, che fa di queste teorie pratica di vita.

 

E se il PD potrà parlare fin da subito con la sua personalità più autorevole in sede locale o provinciale o regionale, è espressa volontà del gruppo dirigente della Sinistra democratica cittadina in Ortona, rimarcare fin da subito che avremo nostri portavoce indipendenti e autonomi. Infatti, il nostro impegno politico punta, e non da oggi, ad iniziare una serie di confronti con gli altri partiti della sinistra radicale: avevamo già indirizzato una riflessione per un coordinamento dei partiti di sinistra ortonesi, rimasto sino ad ora inascoltato.

 

Oggi saremmo fuori tempo massimo, se avessimo puntato ad un coordinamento prima del PD. Non è certo tardi, invece, per aggregarci in una forza, concordemente costituita, che metta mano ai problemi della città, a partire da punti di vista politici consonanti. Dovremo discutere molti passi, formali e sostanziali. Vogliamo credere che oggi le altre forze di sinistra raccoglieranno l’invito non per marcare differenze che tutti conosciamo, ma alla ricerca di fatti e modus operandi unificanti.

 

Facendo seguito alla bozza inviata a tutta la sinistra nel giugno scorso, ribadiamo che pacifismo, libertà, diritto al lavoro, welfare, laicità (non nell’antico senso della Chiesa, ma nell’accezione etica odierna), partecipazione e rispetto per ambiente e paesaggio sono i nostri riferimenti. In Ortona vogliamo realizzare una politica dal basso e veramente partecipativa (bilancio, scolarità, verde, ambiente, paesaggio, agricoltura, ecc.) in modo da sconfiggere l’antipolitica e riavvicinare i cittadini all’amministrazione della loro città.

La sinistra, nel suo complesso, per promuovere tante iniziative, non può presentarsi incerta o divisa.

 

Inviando questa “nota antipatica” alla sinistra (cnf. R. Rossanda su “il Manifesto” del 12 u. s.), diciamo che bisogna abbandonare vane questioni di supremazia e chiediamo di cominciare a fare delle proposte per un iter politico nuovo adatto alla nostra realtà.

 

Negli attuali rapporti di forza la strada per avanzare proposte valide è molto stretta in campo istituzionale e nell’economia dove stentiamo ad avanzare teorie che ostacolino i danni della globalizzazione, del Washington consensus e del Washington consensus plus.

Dobbiamo proprio, quindi, uscire dagli steccati che sono stati propri, perché risultano residuali ed antistorici e dobbiamo definire un programma fatto di tappe precise a condivise e non d’idee soggettive destinate a restare punti di vista.       

 

Per parte nostra ci siamo già dati un’organizzazione interna snella e qualificata che ha la necessità , però, d’integrarsi con altri apporti, in un dialogo aperto e sereno.

Speriamo allora che presto ci lanceremo nel futuro, senza gli inutili appesantimenti di un passato che spesse volte è da dimenticare.

In attesa di una risposta la segreteria della Sinistra democratica di Ortona

 

In allegato  proposta alla sinistra Ortonese

La segretaria

___

Lavoriamo per associare tutte le sinistre ad  Ortona.

 

La Sinistra Democratica nasce anche ad Ortona per unire la sinistra ed i compagni che non troveranno nel PD le risposte che da una vita attendono, per un nuovo socialismo () e ripartendo dalle discussione dei socialisti ad Oporto, un socialismo che riprenda nel solco la difesa di tutti i cittadini e non solo del mondo del lavoro e dei più deboli.

Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo nasce con un obiettivo  necessario, creare una forza nuova di sinistra che modifichi  il panorama della democrazia ortonese.

Noi pensiamo che il quadro politico attuale  abbia esaurito la  "spinta propulsiva" ed in massima parte lo  hanno capito i cittadini  ( vedi le ultime elezioni amministrative) e che solo rimettendosi in un nuovo cammino possono continuare ad avere un senso. Che senso ha dividersi ancora in due partiti comunisti? Che cos'è il comunismo oggi? Ha ancora un senso un partito verde in Italia? Negli altri paesi i partiti verdi vengono da ben altra tradizione e spesso svolgono il ruolo di una sinistra sociale assente. Allora tutti i compagni  - da Rifondazione allo SDI -  devono chiedersi qual'è la loro missione, e cosa vogliono rappresentare oltre che un mini-filone di una tradizione ormai residuale, nella nostra città.
Ora tocca insieme, ripartire da una discussione mai aperta nel 1992, quando non fu scelto il nome socialista per la Cosa 1, fu recuperato nella Cosa 2, ed ora viene nuovamente rimesso in discussione.
Un socialismo in cui si riconoscano tutti i partiti sopra citati (Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, Comunisti italiani, Socialisti democratici e Verdi), ognuno con le proprie bandiere, ma insieme per costruire una forza mai esistita ad Ortona.

Nessuno di noi è fondamentale ma tutti possono in questa fase dare un contributo. E l'unico contributo utile in questa fase è aprire un dialogo con tutti i partiti che capiscono che non solo il mondo dei più deboli, del lavoro non è più rappresentato, che siamo ormai in una città dove esistono tante sinistre ma non ne esiste più una che svolga la funzione non solo di tutela dei cittadini del centro e delle ville, ma dei lavoratori del mondo salariato, del precariato e del lavoro Ortonese ( agricoltura, industria, artigianato, del porto e del commercio). La Sinistra Democratica nasce nel solco del riformismo, un riformismo, della solidarietà,  che il PD dimostra di  aver  perso nella difesa dello status quo ed in una discussione solo di vertice e leaderistica.

Che la Sinistra si distingui con una discussione, un incontro tra tutte le sue anime. Il resto sono solo posizione strategiche residuali. Si apra a parer nostro una costituente cittadina per la nascita di una nuova sinistra progressista, riformatrice e che rappresenti tutti gli interessi ed i bisogni dei suoi cittadini.

 

La segreteria della SD

Circolo Cittadino di Caldari  - Ortona

__

“Riflessione per un coordinamento partecipativo, ecologico, di sinistra e  per una nuova sinistra ad Ortona.

 

  1. Premessa

Nel nostro comune di Ortona, in …………………………….si è costituito un coordinamento tra le forze di sinistra, ambientaliste, ed esponenti della società civile che vi operano da tempo, al fine di innovare e dare più forza ad un progetto che sia veramente partecipato e trasparente.

 

La nostra collocazione dentro il Centro-sinistra a livello locale come provinciale e regionale  vuole essere di sostegno alla lotta contro le destre del nostro territorio e  sostegno critico, autonomo, organizzato, coordinato al governo del paese. Una sinistra ampia e plurale, dalla cultura politica rinnovata e attenta ai bisogni e ai diritti, può in questo senso corrispondere adeguatamente alla richiesta di unità che con forza sempre maggiore viene dai cittadini, tanto più di fronte al progetto, che divide e subordina la sinistra, del P. D. 

Costituire un modello di unità possibile, questo vuole rappresentare il nostro coordinamento. E anche un laboratorio politico. Un progetto aperto al territorio alle ville ed al centro  città, volto ad unire sempre più il mondo dellassociazionismo, le personalità politiche più impegnate sul fronte sociale e ambientale, i movimenti per la pace, i molti comitati che formano un prezioso tessuto di partecipazione civica.

 

  1. I nostri Valori

 

Eticità, Trasparenza, Partecipazione ed indignazione.

 

E’ nostra convinzione che la democrazia vada difesa da chi la vuole piegare ai propri interessi particolari, trascurando quelli generali del paese, della città e del nostro territorio. Vogliamo che i processi politici e decisionali siano inclusivi e partecipati, trasparenti e pienamente accessibili alle comunità locali. Troppo spesso i cittadini sono ai margini delle decisioni che riguardano le trasformazioni urbanistiche del territorio, troppo spesso i diritti sociali del lavoro e della casa vengono negati. Vogliamo rinnovare la politica, dal basso, con trasparenza, legalità e solidarietà sociale. Vogliamo rinnovare la Democrazia con la reale partecipazione di tutti i cittadini. Al rifiuto e alla crisi della politica vogliamo contrapporre il protagonismo dei movimenti impegnati nel sociale di cui ci sentiamo parte integrante. Il tutto nella massima Eticità, una parola di “altri tempi” che invece deve tornare di attualità. E’ quello che i cittadini sentono e vogliono. Di indignazione contro tutti i soprusi.

 

Siamo per un coordinamento delle forze di Sinistra ad Ortona e del territorio chietino – ortonese.

 

Sosteniamo un percorso aperto, condiviso e democratico che rafforzi e contamini vicendevolmente le forze dei partiti e dei movimenti della sinistra che si battono per un altro mondo possibile. Crediamo fortemente in una sinistra innovativa, antiburocratica e lontana dai modelli dei socialismi realizzati che metta al centro del proprio agire politico l'idea della trasformazione radicale della società.

Vogliamo una sinistra che non sia  nè subalterna, nè minoritaria, dove le istanze  critiche della globalizzazione e del neoliberismo siano al tempo stesso capaci di cimentarsi con le sfide dei governi locale, provinciale, regionale e  nazionale . La sinistra deve essere capace di coniugare la sua vocazione di internità ai movimenti con la capacità e la responsabilità di essere forza di governo, di farsi parte dirigente, di conquistare egemonia e quindi consensi. Democrazia, autonomia, critica dell’esistente possono andare insieme.

Spostare a sinistra l’asse del governo della città è possibile, non in modo velleitario, ma facendo politica in modo intelligente e creativo. 

Vogliamo una Sinistra che sia protagonista e presente nelle lotte dei cittadini,  degli anziani,  dei lavoratori e de giovani disoccupati, nelle vertenze territoriali, nelle nuove espressioni del conflitto urbano, nei movimenti per i diritti civili e in difesa della laicità mai come oggi messa in discussione

 

Sulla laicità

La laicità la intendiamo come valore in cui ogni individuo abbia pari dignità ed in cui non possano essere tollerate autorità superiori che si arroghino il diritto di scegliere per l’individuo in tutte le questioni che riguardano la sua vita e la sua salute, fino alle scelte personali più estreme. Un valore che opera nel rispetto delle convinzioni religiose dei singoli ma che rifiuta l’imposizione di valori “superiori”. L’etica laica come rifiuto di ogni mistica della sofferenza e del sacrificio, che non crede nel valore salvifico del dolore. Un NO netto, quindi, ad ogni confusione tra morale e diritto. 


Antifascismo, pacifismo e non violenza.

 

Assumiamo come valori fondamentali quelli dell'antifascismo, del pacifismo e della non violenza. L'antifascismo e la memoria storica non sono per noi puri esercizi di  testimonianza ma  pratiche quotidiane e permanenti, unici antidoti utili al ripresentarsi delle nuove forme di razzismo e xenofobia. Principi riportati all’interno della Costituzione Repubblicana nata dalla lotta resistenza. Il pacifismo e la non violenza sono le forze più efficaci che abbiamo da contrapporre all'insensatezza del fanatismo e della violenza. Intendiamo per non violenza una critica radicale del potere e ai meccanismi della delega. Ci impegniamo a contrastare con ogni mezzo democratico il ricorso alla violenza, alla guerra e al terrorismo.

 

Difesa ed estensione dei diritti collettivi ed individuali.

 

Avvertiamo la necessità di un grande impegno per porre al centro dell’agire politico temi di interesse vitale per i cittadini, quali:

 

1.     la centralità della scuola pubblica, dell’università e della ricerca scientifica, per un sapere più qualificato, in grado di far progredire il nostro territorio :

2.     il sostegno alla cultura, nelle differenti forme, proponendone una fruizione quanto più allargata, diffusa e differenziata, promuovendo tempi e modi di dialogo interculturale, nel rispetto e nell’ascolto delle diverse sensibilità anche religiose.

3.     il diritto allacqua pubblica, alla salubrità dell'aria e il principio di precauzione ambientale devono essere costituzionalmente garantiti come beni comuni da difendere.

4.     Il diritto degli abitanti delle ville di avere le stesse condizioni dei cittadini del centro, viabilità, ambiente, strutture, accesso ai servizi, trasporti, lavoro  ecc.

5.     la sicurezza di un lavoro stabile, che ridia speranza di futuro a tanti lavoratori e lavoratrici, soprattutto giovani. Vogliamo sia garantita a tutti l'opportunità di lavorare e di realizzare i propri desideri, attraverso un reddito di cittadinanza universale, diretto e indiretto, in grado di garantire  l'uscita dalla condizione di ricattabilità permanente insita nelle nuove forme di lavoro precario.

6.     la garanzia di una pensione dignitosa, che, nel tempo, si adegui al costo della vita, per permettere a tanti anziani di vivere serenamente la loro vecchiaia;

7.     la possibilità per tutti di accedere ad una sanità pubblica, efficiente e gratuita, (secondo il redito) che abbia maggiori attenzioni per tutte le situazioni di disagio e di handicap;

8.      

9.      

10.  

Ecc.,

 

Ecologia

 

Sosteniamo con forza la necessità di modificare radicalmente lattuale modello di sviluppo economico e produttivo figlio della logica del profitto e della globalizzazione, responsabile dei cambiamenti climatici in atto e che ha generato nel pianeta povertà, squilibri, precarietà del lavoro, conflitti sociali e guerre.

Il futuro energetico deve basarsi non sul petrolio ma sulle energie rinnovabili, a partire dal sole, sul risparmio e lefficienza energetica, puntando fortemente sulla ricerca e linnovazione tecnologica. Ci impegniamo affinché sia tutelata la biodiversità di tutti gli esseri viventi.  Promuovere una campagna per l’energia pulita pubblica e privata.

La nuova politica economica dovrà perciò puntare alla qualità più che alla quantità, consumando meno e meglio e tutelando sempre di più i diritti dei cittadini e dell’ecosistema.

 

3. Le azioni per il nostro territorio

 

Vogliamo realizzare una nuova politica dal basso e realmente partecipativa allinterno del nostro Comune al fine di fermare il consumo del territorio, per affrontare il problema smog ( polveri sottili  - 900 Kg ogni giorno nel cielo delle ville - , miasmi, inquinamento dei fiumi e l’erosione della costa ecc.) trasformatosi in emergenza sanitaria, investire prioritariamente sul trasporto pubblico , nell’agricoltura,  rendere più rigorosa la tutela del paesaggio, la tutela del verde urbano e delle aree protette offesi dalle cementificazioni dalle numerose varianti, compensazioni e deroghe al vecchio PRG.

E necessario realizzare e migliorare i  sistemi di gestione dei rifiuti imperniati sulla riduzione, il recupero la raccolta differenziata e il riciclaggio.

Tutelare tutte le riserve naturali attualmente presenti aumentandone i perimetri ove possibile e necessario.

Ci impegniamo per il diritto all'abitare e ad un regime di affitti accessibili a tutte e tutti. Siamo per il superamento della centralità del trasporto su gomma (con propellenti di origine minerale/petrolio) e sosteniamo con forza ogni innovazione tecnologica che vada nella direzione di una mobilità efficiente e  non inquinante autobus con energia pulita).

Un’attenzione particolare è indispensabile venga riservata al problema dei diritti dei lavoratori, alla lotta al lavoro nero e alla piaga delle “morti bianche”. Quest’ultimo fenomeno ha raggiunto ormai proporzioni intollerabili. Anche a seguito dei reiterati solleciti del Presidente della Repubblica tutti devono fare la loro parte. Chiederemo al Comune di intervenire con maggiori controlli, con un’opera di prevenzione, repressione, informazione; ma anche tutti gli altri Enti Locali Provinciali e Regionali debbono mobilitare ogni risorsa in questa direzione. Come partiti e movimenti del nostro Comune intendiamo mobilitarci, a fianco dei sindacati, per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche gli stessi lavoratori, spesso extracomunitari, precari, privi di tutele e garanzie, ricattabili dai datori di lavoro.  

Più in generale crediamo che dati i processi di erosione del ruolo dello stato-nazione, le istituzioni locali debbano assumersi maggiori compiti e responsabilità nell'individuare i bisogni e le priorità della propria comunità. In questo senso l'idea di un welfare municipale potrà essere un importante laboratorio di sperimentazione di buone pratiche del governo locale.


Decentramento amministrativo e governi di prossimità

 

Riteniamo che in futuro  tutte le istituzioni del comune debbano andare nella direzione di un  progressivo aumento delle competenze e della conseguente capacità di farsi governi locali di prossimità. A tal fine consideriamo essere  passi decisivi nel percorso virtuoso del  rilancio della democrazia consiliare ( Comitati di  quartiere e bilancio partecipato)  e della promozione di forme di democrazia partecipata quelli di   un considerevole aumento dei poteri decisionali e dell'autonomia di bilancio dei Comitati di Quartiere o Consulta delle Ville. Per un reale decentramento.

 

Condizione migrante

 

Maggiori diritti e doveri dei cittadini migranti, la cui condizione è il vero paradigma dell'insensatezza e delle profonde incongruenze di un sistema economico che produce povertà, guerre, discriminazioni, alienazione.

Ci impegniamo a conquistare un diritto di cittadinanza universale che passi anche per l'ottenimento del diritto di voto dei cittadini migranti nelle elezioni amministrative ma, poiché non può esservi diritto senza dovere, chiediamo anche a tutte le comunità il rispetto delle regole e delle leggi del nostri ordinamenti locali e nazionali, con particolare riferimento ai diritti dei minori, che vanno tenuti lontani da ogni forma di sfruttamento e anzi avviati alla scolarizzazione e alla socializzazione.

In questo modo si realizza una comunità territoriale più coesa e sicura, una comunità “aperta” che valorizzi le diversità interculturali.

 

 

Sviluppo urbanistico della città

 

Lo sviluppo urbanistico della città deve essere pianificato tenendo conto della reale incidenza demografica riducendo quanto possibile il consumo di suolo.

Riteniamo sia una necessità prioritaria mettere fine alle numerose varianti, compensazioni e deroghe al vecchio  PRG che rischiano di  sconvolgere il territorio e l'abitabilità della nostra città.

Ribadiamo inoltre che da parte dei governi locali, debba essere messa in campo una autorevole e continuativa iniziativa di partecipazione al fine di garantire una conoscenza e una discussione aperta e condivisa sulle trasformazioni urbanistiche del nostri territori.

 

Priorità d'azione

 

Individuiamo nei punti che seguono delle priorità di azione politica sulle quali riteniamo possa cimentarsi da subito il lavoro del costituendo coordinamento:

 

a) Partecipazione – intendiamo rivendicare, anche nel nostro Comune, la pratica del BILANCIO PARTECIPATIVO, vale a dire l’istituzione in ogni quartiere di un meccanismo di assemblee propositive seguite da momenti decisionali a cui partecipano tutti i cittadini all’interno delle quali si individuano le priorità di spesa che dovranno essere poi recepite dal Comune al momento della definizione del Bilancio. A tal fine l’opposizione consigliare dovrà proporre e discutere con l’amministrazione di centro destra.

 

b) Ambiente – ribadiamo un netto NO ad ogni ipotesi di termovalorizzatore, quale pericolosa struttura d’inquinamento atmosferico, per riproporre con maggior forza l’estensione della raccolta differenziata  finalizzata al riciclaggio dei materiali (carta, vetro, plastiche, alluminio) ed alla trasformazione a freddo dei materiali residui. Ribadiamo un netto NO a alla riapertura delle discariche ed in particolare quella di Villa Carlone. Ribadiamo la necessità di bonifica dei fiumi che attraversano i nostri 70 km quadrati, considerati i più inquinati dell’Abruzzo.

 

c) Infrastrutture – continueremo con le iniziative verso tutti gli enti  per migliorare i collegamenti autostradali e marittimi. Ci battiamo, invece, per la realizzazione di una moderna opera di adeguamento del porto quale volano della ripresa economica della nostra città, dell’interland della Maruccina e dell’Abruzzo.

 

d) Urbanistica – dobbiamo batterci per il  NPRG che  soddisfi i bisogni collettivi della popolazione  , e non stravolgono il senso e scaricano sui cittadini gli impatti negativi e non devono costituire motivazione di nuove compensazioni e realizzazione di ulteriori inutili cubature ma rivolte alla bonifica della città ed in particolare delle ville. Applicazioni delle leggi regionali in vigore.

 

e) Verde – ci dobbiamo impegnare  per migliorare la manutenzione del verde delle ville, del centro ed il livello di fruizione dei cittadini anche mediante la realizzazione di nuove piste ciclabili. Per la realizzazione del parco della costa Teatina. Inoltre, ribadiamo la nostra solidarietà agli abitanti del polo agricolo industriale  impegnati nella salvaguardia della loro salute.

 

Al di là di queste priorità intendiamo sostenere tutte quelle iniziative, promosse da Comitati ed Associazioni, che rispondono e si riconoscono ai principi in cui ci riconosciamo.

 

Per il

Comitato direttivo

Sinistra democratica 

Guglielmo Zanetta

 

 

SOGGETTI ADERENTI AL COORDINAMENTO:

 

Partiti della sinistra

 

Associazioni ambientaliste e culturali




permalink | inviato da sdchieti il 21/10/2007 alle 14:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



19 agosto 2007

Per cambiare la politica e unire la sinistra - Documento della sezione Villa Caldari di Ortona - testo integrale

Per cambiare la politica e unire la sinistra.  Documento CD. Continua l’analisi della nostra sezione sulle elezioni amministrative e sulla ricerca per l’unità della sinistra ad Ortona. Villa Caldari 10 agosto 2007

La questione nazionale. La vicenda politica nata da due mesi a questa parte rafforza la scelta compiuta il 5 maggio è conferma l’esigenza di costituire un movimento politico autonomo che contribuisca ad aprire un creativo processo di rinnovamento e unità della sinistra italiana, per affermare i valori della pace, della libertà, del lavoro, della laicità, della sostenibilità e dei beni comuni, dell’etica della politica quali cardini di un socialismo nuovo.

Per il bene del centro-sinistra è augurabile che quel progetto PD superi le difficoltà registrate e si predisponga ad alleanze strategiche con la sinistra dell’Unione in una logica bipolare da matura democrazia parlamentare. Sarebbe assai grave se, viceversa, esso si preparasse ad essere equidistante dalla sinistra e dalla destra. Non tranquillizzano, in questo senso, gli intenti manifestati da Veltroni (su lavoro, laicità, sicurezza, ambiente, future alleanze elettorali) e le dichiarazioni ed i comportamenti di alcuni dirigenti del Pd, ciascuno dei quali va costruendo una propria corrente personale, teorizzando, specie al nord, mani libere sulle alleanze e contenuti assai diversificati e al momento per niente amalgamati. Preoccupano ancor più le prese di posizione di molti esponenti della Margherita che addirittura auspicano apertamente la rottura dell’Unione ed uno sbocco moderato del quadro politico.

 Visibilmente, dentro e fuori la coalizione di centro-sinistra, è in atto il tentativo di spostare su posizione moderate l'asse politico del Governo, mettendo tra parentesi il programma (sulle pensioni, sulla legge 30, sui diritti civili, sulle infrastrutture …), attaccando strumentalmente la sinistra (dipinta come radicale anche quando chiede il rispetto del programma elettorale del centro sinistra), cercando di delegittimare la Cgil per la sua autonomia (particolarmente odioso è il tentativo di scagliare i figli contro i padri), muovendo pressioni, non contrastate, come quelle di Confindustria, gerarchie vaticane, mezzi d’informazione, sostenendo un pericoloso e antidemocratico referendum bipartisan sulla legge elettorale, alimentando spinte antipolitiche sulla base di una forte e reale crisi della politica. Nella società italiana si aggravano  processi di frantumazione e di corporativizzazione, derive culturali, pulsioni violente e antisolidali. Tutto ciò rischia di soffocare le molte risorse morali, intellettuali, professionali che aspirano ad un’Italia più giusta e più moderna. A margine di tutto ciò, riemerge, inquietante, un’endemica malattia del nostro Paese: la scarsa attitudine democratica dei servizi segreti, mai al servizio fino in fondo della Repubblica e della Costituzione e volta a volta impegnati in trame oscure.

 Per questi motivi, per dovere verso il popolo del centro-sinistra che ha dato fiducia all’alleanza  dell’Unione, nella consapevolezza che oggi questa rappresenta l’equilibrio più avanzato possibile, il sostegno e la lealtà all’attuale Governo dei nostri parlamentari, di chi ricopre incarichi di governo e dei nostri militanti è fuori discussione. Al tempo stesso il programma dell’Unione deve essere pienamente realizzato, in modo da corrispondere alle aspettative degli elettori ad oggi non soddisfatte (come conferma l’esito elettorale delle recenti amministrative), ed il Governo deve marcare visibilmente la necessaria discontinuità rispetto al precedente esecutivo. In Parlamento e nella società “Sinistra Democratica” si pone il compito di tenere unita la coalizione di centro-sinistra, fermo l’asse del Governo, contrastare tutte quelle azioni che lo mettono in pericolo e far pesare legittimamente e responsabilmente l’area di sinistra. Ciò è avvenuto in occasione dell’approvazione del Dpef, non a caso caratterizzato da più giustizia sociale e maggiori risorse per lo sviluppo di qualità, grazie al fatto che a sinistra si è agito uniti (assemblea dei parlamentari, incontri con le organizzazioni sindacali, lettera dei quattro ministri).Il contributo più forte per la tenuta dell’Unione e per addivenire a scelte di governo coerenti con gli impegni assunti con gli elettori, è dunque dato dalla capacità di dare vita ad una più influente, unitaria e forte sinistra, nelle istituzioni e nella società.

 L’impresa che vogliamo compiere parte da qui, ma è più duratura e va oltre una legislatura, giacchè vogliamo ricostruire, per l’oggi e per il domani, ciò che in Italia non c’è: una grande forza di sinistra socialista, di cambiamento e di governo, perchè una sinistra senza il fascino di “utopie concrete” non mobilita, non convince, non vince, e una sinistra senza la vocazione di governo non si rende utile a chi non ha potere, perchè non incide sulle condizioni di vita delle persone e nelle concrete scelte politiche.

Questo progetto ha già mobilitato energie vecchie e nuove e permesso in poche settimane di costituire, con la sola arma della passione politica, Sinistra Democratica in tante località, anche nella nostra provincia. Inoltre, in tutti i soggetti della frammentata sinistra politica italiana inizia ad esservi la consapevolezza che “da soli non si può”. Tuttavia, tutti abbiamo bisogno di un salto di qualità, capace di rinnovare davvero le pratiche politiche, superare visioni identitarie importanti ma insufficienti, allontanare diffidenze e cura di orticelli.  Servono, insieme, luoghi per elaborare una adeguata e comune cultura politica (una Fondazione nazionale, ma con attività nei territori e locale) e la messa in opera di coordinamenti nelle istituzioni e di patti di azione nella società, in modo da portare idee, elaborazioni e interessi diversi ad una più avanzata sintesi. E serve che a livello nazionale si promuovano, presto e insieme, azioni dal forte valore simbolico, capaci di coinvolgere subito la sinistra diffusa che si ritrova nel sindacato, nelle associazioni di volontariato, nei comitati. Insomma, mobilitare una più vasta opinione pubblica progressista, per creare, all’insegna di “una testa un’idea”, una partecipazione grande e ricca. Tutto ciò non avviene spontaneamente. Pur con tutto il doveroso senso del limite, siamo consapevoli che più Sinistra Democratica sarà forte, radicata e innovativa, più anche le altre forze di sinistra – proprio perché già strutturate - potranno percorrere meglio la strada dell’unità. Allora sarà compiuta la missione di SD. Affinché tale impresa risulti utile e motivante per i tanti soggetti, individuali e collettivi, che guardano a noi con interesse, ed abbia il successo politico che si merita, fin dall’inizio occorre essere molto esigenti con noi stessi ed essere consapevoli di potenzialità e difficoltà.

Per un socialismo nuovo. Anni di egemonia del pensiero neo-liberista hanno messo in crisi le idee di sinistra, di qualunque matrice(socialista, comunista, democratico-progressista, ambientalista, ecc.) in Italia ed in Europa, e ciò ha definitivamente messo in discussione il compromesso democratico sociale tra capitale e lavoro che aveva caratterizzato la seconda metà del Secolo breve. Al tempo stesso è venuta avanti una critica a questa globalizzazione capitalista che ha percorso strade esterne ai partiti e, nei suoi aspetti migliori, ha stimolato processi critici in ampli strati della popolazione e alimentato la richiesta di nuovi paradigmi su cui fondare la civiltà. Nel vecchio continente il Socialismo europeo rappresenta l’alveo politico e culturale vitale all’interno del quale ci riconosciamo e verso il quale sempre più dovranno tendere le forze di sinistra e di progresso.

I valori e i contenuti di un socialismo nuovo devono essere riportati in primo piano anche nell’agire politico locale e nazionale, per divenire il segno distintivo di una alternativa politica: il nostro pane quotidiano, il contrario di una politica priva di respiro ideale e ridotta a tattica, personalismi, accomodamenti; una politica che si riappropri del senso e dei tempi lunghi della storia, e non si riduca a tecnicismi e politologie propri dell’ultima stagione politica che vogliamo lasciarci alle spalle.

Noi siamo per estendere le libertà individuali e i diritti sociali e di cittadinanza; affermare e diffondere la democrazia; mettere in valore la libertà e la differenza femminile; distribuire i benefici universali della conoscenza e della tecnica; ridistribuire secondo principi di eguaglianza ed equità la ricchezza e assicurare a tutte le donne e gli uomini del pianeta la libertà dal bisogno; sostituire la cooperazione internazionale alle politiche di forza; proteggere l'integrità della terra per le generazioni presenti e quelle future; contrastare le neoideologie tribali, razziste, etnocentriche, fascistoidi e fondamentaliste. Questi sono i tratti del nostro programma ed i motivi fondamentali del nostro impegno di uomini e donne di sinistra.

Riformiamo la politica per  recuperare  un concetto alto e pieno di democrazia. La politica è avvolta in una gravissima crisi, alimentata da diverse questioni che rischiano di  produrre un pericoloso corto circuito ai danni delle istituzioni e della democrazia. La politica si è resa autoreferenziale, si è allontanata  dai cittadini e dai problemi quotidiani e concreti, spesso è appiattita e chiusa  nelle istituzioni, quasi che la sua esclusiva funzione sia divenuta quella di mera amministrazione dell’esistente. I costi della politica sono troppo alti e spesso impropri. La politica è debole, con istituzioni che faticano a dare risposte pronte ed utili alla società nelle sue sfaccettature che sta subendo anch’essa una crisi fatta di disgregazione e, con  la perdita di grandi collanti ideali e politici, rischia una deriva corporativa, dove ogni gruppo sociale è contro l’altro. I rischi del populismo e dell’antipolitica sono alti: nella debolezza della politica si affermano altri poteri, quelli economici, quelli finanziari, le lobbies, le corporazioni, e crescono il qualunquismo e la risposta presidenzialistica dell’uomo della provvidenza. E’indispensabile, dunque, una risposta da sinistra.

Noi siamo per cancellare privilegi, semplificare, snellire, individuare strumenti efficienti per riportare sobrietà e rigore nell’uso del denaro pubblico, improntare comportamenti individuali e collettivi al rispetto delle istituzioni, che non sono al servizio di chi vi è stato eletto o nominato, ma solo dei cittadini. Vogliamo un rapporto più vicino con chi si rappresenta, sviluppando capacità di ascolto e di confronto per costruire insieme risposte ai bisogni reali. Per questo è fondamentale che anche la politica organizzata in partiti ritrovi radici nei territori, tra i cittadini e non si basi esclusivamente su sondaggi, comunicati stampa e apparizioni televisive. Siamo per riforme che aumentino gli spazi di libertà e democrazia, da quelle istituzionali a quella elettorale, dentro il rigoroso rispetto dello spirito e delle indicazioni costituzionali tuttora validissimi (per questo siamo contro il referendum “truffa” sulla legge elettorale) che riportino alla politica e nella politica quei ruoli, che le spettano, di rappresentanza (con assemblee elettive che vanno difese, valorizzate, rinnovate) e di capacità di fornire soluzioni attraverso una sua capacità decisionale.

Il movimento per un vero cambiamento. Siamo consapevoli dei guasti che stanno alle nostre spalle, sappiamo che la politica si è rinsecchita e che è diventata spinta personale alla carriera, talvolta di puro opportunismo,  siamo consapevoli delle disillusioni prodotte in tanti militanti e della difficoltà per i più giovani di avere, nei partiti, luoghi accoglienti dove fare una buona esperienza di vita. Per questo noi vogliamo vivere democraticamente. Il movimento deve vivere con precise regole democratiche, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, iscritti ed iscritte devono decidere la linea politica attraverso processi partecipativi. Devono essere stabiliti momenti di verifica certi e costruttivi. Dovrà essere il movimento del “noi” che contrasta processi leaderistici e di delega ampiamenti abusati nell’attuale politica. Noi stessi dobbiamo cambiare per cambiare la politica. Darci riferimenti certi ed organismi legittimati aiuta la pratica democratica e spinge a promuovere partecipazione, soluzioni condivise e ricerca del consenso motivato.

Vogliamo rovesciare i luoghi della politica, inventare nuovi linguaggi. L’attività del movimento deve puntare a riportare la politica su strada, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle zone degradate, nei luoghi dove si sviluppano anche autonomamente vertenze territoriali. Può farlo in proprio e in associazione con altri soggetti. Può farlo su campagne nazionali, ma anche producendo il massimo di sperimentazione. In questo senso noi tutti siamo messi alla prova: si deve provare a introdurre linguaggi, modalità, pratiche, forme aggregative nuove, anche mutuando dalle esperienze delle associazioni e dei tanti movimenti nati e sviluppatisi in questi anni su scala globale e nazionale. Il movimento non deve vivere in virtù della sua pur importante proiezione parlamentare e se divenisse una mera appendice di chi opera nelle istituzioni finirebbe prima di nascere.

Un forte allarme per il centro-sinistra: ascoltiamolo. La tornata amministrativa di maggio/giugno ha evidenziato gravi problemi per il centro-sinistra soprattutto ad Ortona ma anche in provincia, ma il dato elettorale è stato inopinatamente rimosso da tutti i partiti. Abbiamo perso Comuni che solo pochi anni fa erano considerati saldi presidi, non si è guadagnata ad Ortona, che usciva da una gestione commissariale e dalla pessima prova fornita dall’amministrazione di centro-destra;  laddove si è vinto, la rappresentanza consiliare dell’area progressista è drasticamente ridotta.

Si scontano anche in provincia due fenomeni generali: un’estesa critica verso la politica ed un’acuta sfiducia verso il Governo nazionale, con una forte astensione al secondo turno dell’elettorato di centro-sinistra.

Ma sarebbe sbagliato non vedere che anche da noi, per motivi locali, è cresciuta una critica verso determinate forme e contenuti dell’amministrare e del fare politica: nepotismo, troppa distanza dalla vita e dai problemi delle persone, percorsi individuali di chi ha ruoli pubblici che non sempre incarnano spirito di servizio e passione civile, tutela intermittente, inadeguata e spesso residuale degli strati sociali più deboli, politiche del territorio che anziché risolvere i problemi ambientali certe volte li creano, eccessiva litigiosità tra partiti, nessuno dei quali può più contare su un forte radicamento, né tantomeno pensare di rappresentare un blocco sociale che coeso non è più.

Come Ds delle vile ed ora Sinistra Democratica ad Ortona ci siamo impegnati ed abbiamo contribuito a rafforzare l’unione di centro sinistra : per noi vale e varrà sempre una collocazione politica non ambigua, da parte nostra proposte e critiche non aprono la porta alla destra, ma cercano di portare avanti la fondamentale missione per la quale siamo nati: “Cambiare Ortona e unire la sinistra”. Come SD di Ortona vogliamo lavorare sulle seguenti questioni.

2. Contribuire e fare l’unita del centro sinistra  e costruire la nuova sinistra ad Ortona .  E’ necessario costruire occasioni politiche, scadenze e piattaforme programmatiche per ravvicinare le opposizioni di sinistra e cogliere l’obiettivo delle prossime scadenze elettorali, a partire da quelle della prossima primavera, per contribuire ad estendere in tutta la nostra provincia più avanzate amministrazioni dell’Unione.

3. Promuovere la partecipazione e la riforma della politica. Siamo dell’opinione che democrazia rappresentativa e democrazia partecipata non sono in antitesi, ma vadano intrecciate. La prima va rinnovata: più valore alle assemblee elettive; riduzione della distanza tra governanti e governati, attraverso nuovi canali di partecipazione e con una genuina immersione degli amministratori nelle pieghe della società; maggiore sobrietà, rigore, trasparenza e controlli, semplificazione e riduzione dei costi  della politica, autoriforma dei partiti, che debbono essere luoghi di elaborazione culturale e politica, di promozione delle idee, dei progetti, della partecipazione e della passione civile e non, come ora, meri comitati elettorali che interessano solo gli attori delle carriere. La seconda va implementata e regolata. La nascita di comitati è, sempre, la spia della distanza o della sordità di istituzioni e partiti, al di là della contraddittorietà delle diverse missioni dei comitati: alcuni esprimono spinte egoistiche , altri esprimono una preziosa “coscienza di luogo” utile alla democrazia. Tutti questi soggetti tematici sono una sfida per la politica che non fa più da tempo il suo mestiere. Non secondaria potrà essere la partecipazione dei cittadini, utenti e consumatori organizzati, alle scelte per il funzionamento dei servizi pubblici locali, anche prevedendo la loro presenza negli organismi di indirizzo e di controllo e in quelli di gestione.

4. Sostenere un alternativo modello di sviluppo. La globalizzazione liberista ha colpito anche il nostro territorio. Alla perdita di competitività ha corrisposto la crescita della precarietà; alla stagnazione ha corrisposto un clima di incertezza che abbraccia tutti i campi della vita. L’illusione su antiche certezze o per altro verso l’approdo ad una “modernizzazione” senza alcuna qualità sociale e umana, costituiscono in entrambi i casi risposte sbagliate. Una sinistra unita, di cambiamento e di governo, si misura sulla capacità di contribuire a costruire un diverso modello di sviluppo e nuovi stili di vita per assicurare a tutti un benessere pieno, per perseguire i quali è strategico il ruolo del pubblico, rivisitandone forme e categorie ed aggiornandolo, nei settori dell’istruzione, della ricerca, della cultura, della salute e dell’economia ed introducendo il concetto di beni comuni, esempio di come si possa oggi declinare il concetto di pubblico accanto a quello più propriamente statuale. I cardini di questo sviluppo sono rappresentati da:

- La qualità del lavoro, dunque lotta alla precarietà (ad iniziare da quella interna alle amministrazioni pubbliche), tutela dei diritti e della piena dignità dei lavoratori (a partire dalla sicurezza nei luoghi di lavoro), investimenti in ricerca e alta formazione, sostegni realmente selettivi a chi promuove buona occupazione. Nel campo industriale servono imprese più grandi e messe in rete per poter innovare e gareggiare con prodotti di qualità. Nel campo agricolo occorre puntare sulla naturalità, su prodotti no ogm, su filiere corte e prodotti a minore consumo di acqua. Nel campo del turismo artistico-ambientale è necessaria una promozione più razionale e meno sfrangiata e dispersiva di risorse e un’offerta capace di intercettare a tutto tondo non solo interessi diversi, ma anche tutte le categorie sociali.

- La qualità dell’ambiente. Innanzitutto occorre privilegiare prodotti e servizi a basso utilizzo di materia prima e di energia, abbattendo inquinamento e produzione di rifiuti. Occorre promuovere il risparmio energetico e accrescere senza indugi le fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, biomasse su scala locale, da aggiungere alla nostra geotermia). Occorre ridurre il consumo di acqua per usi civili e agricoli, riutilizzare le acque reflue per usi industriali, mettere in sicurezza il territorio da rischi idraulici, realizzare nuovi invasi. Occorre davvero realizzare le “4 R” dei rifiuti: Riduzione, Raccolta differenziata, Riutilizzo, e solo in misura marginale impianti per il Recupero della quota non altrimenti smaltita (la nostra provincia ha brutti primati: alta produzione e bassa raccolta differenziata, una situazione da rovesciare al più presto). Occorre potenziare ogni alternativa alla mobilità privata e su automobile. Occorre una maggiore tutela del territorio da fenomeni speculativi,  invertire il trend del cemento, per puntare sulla riqualificazione urbanistica e del patrimonio edilizio esistente.

- La qualità della sicurezza sociale. Sulla salute la nostra Regione ha giustamente sostenuto un modello basato sul carattere pubblico, universalistico, finanziato dalla fiscalità generale. La spesa per la salute e per i servizi sociali, oltre ad assicurare un sacrosanto diritto di cittadinanza, rappresenta anche una componente dello sviluppo. Dopo la politica di razionalizzazione svolta, oltre al completamento della rete dei nuovi ospedali si deve ora puntare sulla prevenzione, qualificare ulteriormente i servizi sanitari, fornire risposte attente, appropriate, rapide. In campo sociale occorre potenziare i servizi domiciliari e semiresidenziali e disporre di un fondo per la non autosufficienza.

- La qualità delle relazioni sociali. Occorre una politica che contrasti qualunque forma di solitudine, di atomizzazione, di marginalità, per conquistare una sicurezza vera che non sia basata su logiche sicuritarie. Con luoghi e interventi culturali diffusi e permanenti; con interventi urbanistici che non dimentichino mai – accanto all’esigenza di abitazioni per i settori sociali più svantaggiati – di costruire spazi per le relazioni, ad iniziare da quelle tra bambini; con una rete ancor più vasta e articolata di servizi per l’infanzia; con azioni e luoghi di aggregazione per permettere ai giovani di avere alternative al tempo libero mercificato e agli anziani di uscire di casa; con politiche di conciliazione dei tempi e degli orari. Occorre sostenere tutte le forme di associazionismo e di volontariato che arricchiscono i nostri territori. Occorre un nuovo e consapevole impulso nella costruzione di una società interculturale, fatta di diritti e doveri, la vera frontiera delle società contemporanee .

 - Costituire una volta per tutte i comitati di quartiere, far partecipare i cittadini alla gestione del territorio.
Disponibili al confronto con le forze politiche del centro sinistra e comitati organizzati.

Il segretario
F. Cellucci
Per tornare al sito sdchieti clicca di seguito: www.sdchieti.ilcannocchiale.it




permalink | inviato da sdchieti il 19/8/2007 alle 0:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



5 agosto 2007

Leggi gli interventi del forum

Forum

Oliviero Diliberto (Pdci): Bisogna esser preoccupati, secondo me giustamente, ben più che per quello che riguarda noi. Bisogna essere preoccupati per quello che succede in Italia. Abbiamo un governo di centrosinistra, del quale i nostri partiti fanno parte avendo sottoscritto un programma prima delle elezioni politiche che aveva suscitato molte aspettative. Eppure, tanto più le aspettative sono state grandi dopo la vittoria (ancorché di misura) tanto più, ad una ad una, si stanno rivelando fallaci, a partire dalle questioni sociali: le pensioni e il pessimo "memorandum" sul mercato del lavoro. Anche in tema di diritti civili, non si è riusciti a fare un passo avanti nella regolarizzazione delle coppie di fatto, che pure era parte del programma. Insomma, la delusione è grande, soprattutto dal punto di vista del nostro popolo, tanto è vero che alle ultime elezioni amministrative le forze politiche del centrosinistra sono andate male. Ma non mi sembra che ci sia consapevolezza di questo nel governo.

L'impressione è che sia in corso un'operazione che sta tentando di "normalizzare" la sinistra del centrosinistra, "normalizzare" il sindacato, in particolare la Cgil. E' un'operazione che farà perdere ulteriori consensi al governo. Il rischio dunque ciclico, ahimé, è che venga chiesto alla sinistra, e al centrosinistra, di fare il lavoro sporco (risanamento dei conti pubblici) dopo di che perdiamo consenso, quindi le elezioni, e questo risanamento se lo gode la destra. Desta, inoltre, grande preoccupazione la controffensiva moderata che parte dagli ambienti confindustriali, europei, dalla Banca d'Italia, da una parte del centrosinistra che non rispetta il programma e che, in qualche caso, invoca esplicitamente cambi e/o allargamenti di maggioranza su altri versanti: operazione che avrebbero già fatto se ci fossero i numeri in questo parlamento.

A questo punto, torna la domanda classica: "che fare"? Ho l'impressione che dovremmo accentuare gli aspetti di lotta e mobilitazione sociale, senza i quali saremo assolutamente ininfluenti; e il nostro popolo ce ne chiederà conto, giustamente. In questa fase, sarebbe stata necessaria una maggiore coesione che, invece, dolorosamente non c'è stata, ma l'esigenza dell'unità delle forze della sinistra resta altissima. Quindi, al di là del giudizio sulla riforma pensionistica, che il Pdci ritiene pessima e piena d'inganni, mi sembra che ci sia un giudizio condiviso sulla riforma del mercato del lavoro che sostanzialmente istituzionalizza la precarietà e non interviene efficacemente sul tema della Legge 30.
Questa unità sul "memorandum" proviamo a spenderla nella battaglia parlamentare, fermo restando che bisognerà accentuare gli aspetti di lotta, di mobilitazione fuori dal parlamento. Perché io vedo problemi molto grandi che si accompagnano ad una prospettiva di riduzione molto forte del ruolo delle istituzioni elettive e rappresentative: parlamento e governo. Con uno spostamento fuori dalle istituzioni rappresentative dei luoghi decisionali. Inoltre, è in atto un'offensiva contro la politica che non distingue i privilegi - che vanno abbattuti - e i costi della democrazia. Per cui lo scenario è molto preoccupante. Il nostro partito, con le poche forze a disposizione, ha iniziato a mobilitarsi. Dunque, chiediamo alle altre forze della sinistra di fare un fronte comune su tali questioni: o ci riusciamo tutti insieme o saremo travolti.

Franco Giordano (Prc): Parto dalla vicenda delle pensioni e del welfare. E' evidente che questa vicenda ha un valore simbolico e un valore concreto (cioè riguarda la condizione di vita della gente). E ha a che fare anche con la questione dell'unità politica e sociale del governo. Noi siamo stati molto critici sull'aumento dell'età pensionabile, cioè sulla famosa riforma dello scalone. Ci è sembrato che il governo, nella sostanza, sia partito dal punto di vista delle destre. Si sia limitato a diluire nel tempo gli effetti dello scalone. Invece abbiamo apprezzato quella parte della riforma - sulla quale anche noi ci siamo impegnati - che riguarda l'allargamento della platea di soggetti che sono sottratti a questo elevamento dell'età pensionabile. In particolar modo, quelli che hanno 40 anni di contributi, quelli che lavorano alla catena, i turnisti, i lavoratori a vincolo, tutti i lavori gravosi. Ma se poi succede che nell'ultima stesura dell'accordo - modificata all'ultimo momento e all'insaputa dei sindacati - ci troviamo di fronte al fatto che quella platea di esenti è vincolata da una soglia di 5.000 unità, quella platea è drasticamente ridotta. Per questo ritengo che la battaglia, anche la battaglia parlamentare, per migliorare lo scalone, la dobbiamo fare tutti insieme. Mentre rimane da fortificare e acquisire il dato del rendimento delle pensioni dei giovani al 60% piuttosto del 40% come era previsto dalla legge Dini.

Sul mercato del lavoro invece le cose stanno molto male. In realtà non si è messo mano alla modifica della Legge 30 e sostanzialmente si è determinato un meccanismo che è tutto interno alla filosofia dell'impresa. Qualcuno mi può spiegare da chi sono presi i soldi per detassare il secondo livello di aumenti contrattuali che modifica significativamente il sistema contrattuale, e da dove vengono i soldi per la detassazione degli straordinari? Sono tutti presi dalla fiscalità generale. E tutti con una logica interna alla vecchia idea di competitività d'impresa e non invece investendo sulla qualità, sull'innovazione, sulla ricerca.
Credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che dobbiamo fare una battaglia comune su queste cose. E poi c'è un problema politico più generale, che riguarda noi tutti, determinato dal salto di qualità che si è prodotto con il Partito Democratico. C'è una tolda di comando nel governo, guidata dal futuro partito democratico, e la tolda di comando propone ogni volta ricette moderate, mette in difficoltà il sindacato, costruisce un modello che riduce perfino l'autonomia contrattuale del sindacato.

Allora, se così stanno le cose, io avanzo la proposta di una mobilitazione unitaria. In autunno, mentre il Partito Democratico decide il leader, noi costruiamo una sorta di piattaforma programmatica e una mobilitazione di massa in grado di definire l'entità politico-culturale della sinistra unitaria. E io penso che debbano essere non solo i temi sociali, ma anche i diritti civili, al centro dell'iniziativa: vorrei recuperare la grande mobilitazione del Gay Pride che secondo me è stato un fattore di liberazione della società italiana. Penso a una grande manifestazione unitaria, positiva.

Infine, uso la metafora che usa spesso Fabio Mussi: usciamo dalle trincee, ma usciamoci veramente tutti. Il mio partito è pronto oggi a costruire un soggetto unitario e plurale. Vogliamo definire qui gli stati generali della sinistra nel mese di settembre ed organizzarli per prospettare questa ipotesi, facendo nascere una mobilitazione ed una partecipazione popolare e contemporaneamente costruendo le condizioni per una soggettività politica che viaggia di pari passo? Questa è la mia proposta.

Angelo Bonelli (Verdi): A me convince molto quello che ha detto Giordano, cioè di fare in autunno una fase di mobilitazione. Le realtà che si confrontano oggi a questo tavolo hanno determinato e costruito le grandi mobilitazioni per la pace, per la difesa dell'ambiente, sull'acqua. Abbiamo dato già una grande dimostrazione di avere punti di contatto. Ora io raccolgo la proposta di una grande mobilitazione in autunno. L'elettorato di centrosinistra è molto critico e disilluso non solo nei confronti del Partito Democratico, ma anche nei nostri confronti: i risultati elettorali delle ultime amministrative, da questo punto di vista, riguardano tutti. Ecco perché dobbiamo fare e bene questo lavoro di recupero di partecipazione. Dico solo, attenzione: se vogliamo aprire una stagione di mobilitazione la mia unica preoccupazione è di evitare di aprire ulteriori conflitti all'interno del governo. Io vedo una stagione in cui c'è una capacità di proposta riformatrice di una sinistra che sappia anche innovarsi dal punto di vista del suo linguaggio, sappia modernizzarsi, sappia fare delle proposte, sappia rappresentare quei bisogni che classicamente una certa economia non riesce a rappresentare.

Infatti, non è solamente la questione del precariato su cui noi diamo un giudizio estremamente negativo. Il governo aveva detto di voler collocare la questione delle pensioni con la questione delle precarietà. In realtà con il "protocollo su welfare e mercato del lavoro" questo non è avvenuto. Dobbiamo dunque mettere il punto su questo tema del superamento della precarietà in coerenza con il programma dell'Unione.

Ma c'è un aspetto che vorrei sottoporre alla vostra riflessione, già Diliberto lo diceva: mai nella storia di questi ultimi dieci anni un governo aveva dato così tanto dal punto di vista economico, ma anche in spesa corrente, alla classe imprenditoriale di questo paese: pensiamo al cuneo fiscale, a tutta una serie di sgravi fiscali. Abbiamo avuto una Finanziaria basata esclusivamente sulla crescita. Io mi permetto di dire, da ecologista, che penso e pensiamo che lo sviluppo non possa basarsi solo sul concetto di crescita classicamente inteso. Quando Montezemolo dice che il sindacato difende i "fannulloni" pensa ad un paese con meno tutele sociali e meno tutele ambientali. La Fiat ha fatto un balzo di utili storico, più 90%. Ma voglio citare anche gli Aeroporti di Roma: 10.000 occupati, 100 milioni di euro di utili. Ebbene il più grande livello di occupazione stagionale e precaria è concentrato in quell'area. Questi settori imprenditoriali, questi poteri forti stanno approfittando della debolezza del governo per ridisegnare la forma stato di questo paese, per costruire un sistema più decisionale e far venir meno i processi di partecipazione.
Questa è la grande preoccupazione che noi abbiamo e la legge elettorale in questo contesto assume un ruolo non marginale ecco perché anche su questo dobbiamo cercare una proposta unica. Chiudo sulla questione delle pensioni: noi abbiamo sempre detto che non avremmo "operato uno scavalco" delle posizioni del sindacato ma saremmo stati però molto attenti all'espressione che i lavoratori avrebbero dato e che daranno a quella proposta.

Fabio Mussi (Sd): Apparteniamo a forze essenziali per questa maggioranza e per questo governo e abbiamo cooperato per il risanamento dei conti pubblici. Abbiamo contribuito a rimettere la nave in linea di galleggiamento. Ora il problema è se ci sono o meno le condizioni per poter navigare. Proseguire su una strada di azzeramento del deficit e di rapida riduzione del debito avrebbe degli affetti economici e sociali facilmente prevedibili. Il problema, dunque, è capire quale è il programma vero che guida l'azione del governo e quale é la sua missione.

Sulla questione delle pensioni ho un parere un po' diverso da Diliberto e Giordano. Noi partiamo dall'esistenza di due leggi in vigore: la Dini, che prevede ora la revisione del coefficiente, ossia la riduzione generalizzata delle prestazioni previdenziali; e la Maroni che prevede dal primo gennaio 2008 il salto a 60 anni. Questo salto è stato spalmato. Accanto a questa graduazione dello scalone ci sono cose che naturalmente bisogna tutelare: il trattamento differenziale sulle donne; i 40 anni tutelati, cioè i lavoratori precoci; gli usuranti (e qui concordo sul fatto che non si possa accettare un vincolo numerico all'applicazione della tabella degli usuranti); ed, infine, il passaggio dal 40 al 60%. Portare al 60% la pensione minima rispetto all'ultimo stipendio vuol dire tenere fuori alcune generazioni, quelli che fanno lavori atipici, precari, dal puro sistema contributivo. Complessivamente, questa parte sulle pensioni non mi sembra malaccio.

Aggiungo che, ma parlo per me, non ho mai condiviso una certa ossessione previdenziale della sinistra. Primo perché a questi fari accessi sulla previdenza ha corrisposto spesso un indebolimento della luce sul tempo di lavoro, sul tema del lavoro cattivo e mal pagato e quindi il tema della piena e buona occupazione. In secondo luogo perché, tra i molti deficit del welfare italiano, il punto differenziale negativo non è solo sulla previdenza, ma su tutto il resto: tassi di occupazione in particolare femminili, asili nido, investimenti in ricerca e formazione, energie rinnovabili e risparmio energetico.

Sui capitoli competitività e mercato del lavoro esprimo il mio dissenso. Il capitolo competitività è tutto stretto sul costo del lavoro. La competitività per l'Europa è innovazione tecnologica, ricerca scientifica, brevetti, piattaforme tecnologiche. L'Italia, su questo, dimostra la sua arretratezza anche culturale. E ancora: con i tassi di occupazione che abbiamo, favorire la concentrazione di lavoro su un'identica platea di lavoratori aumentando gli orari per raggiungere salari di sopravvivenza è un errore grave. Come un altro errore si è fatto sul mercato del lavoro dove, per la Legge 30, sono previsti piccoli "ritocchi" , lontani da quanto scritto nel Programma dell'Unione.

Veniamo da elezioni che ci hanno manifestato ampiamente quella che con un'immagine ho chiamato "la sommossa dei ricchi ed il disincanto dei poveri" ed è del tutto evidente che dobbiamo ridare una missione al governo.

In momenti critici di questa portata, l'invito che faccio è di calibrare i giudizi, misurare i passi. Naturalmente bisogna compierli i passi, non stare fermi. Sono contrario ad aprire, da sinistra, una crisi di governo, ma non si può neanche stare fermi per ragioni di merito, di contenuto, per ragioni politiche generali. La formazione del Partito democratico procede di pari passo con l'apertura sempre più chiara verso nuove ipotesi di alleanza. Non è solo l'allargamento all'Udc, anche perché se scarichi la sinistra non basta l'Udc, devi andare più in là, e non è un caso che abbondano i documenti sulle maggioranze di nuovo conio.

Dobbiamo prendere di petto la questione del discredito in cui è caduta la politica, la sua perdita di legittimità e autorevolezza, e prendere di petto la questione dei costi della politica. Dobbiamo avere il dovere di agire politicamente sul governo. Politicamente vuol dire porre sul tavolo il programma vero di questo governo e la questione della sua struttura.

Abbiamo litigato sulle pensioni, forse continueremo a litigare, ma non rinuncio al progetto di un'unità della sinistra politica. Questo è un paese che non può restare senza una sinistra ed è del tutto evidente che questo vuol dire immaginare, nella prospettiva, un soggetto politico. Questo può avvenire rinnovandoci tutti.
Usciamo dalle trincee? Sono favorevole. La sinistra che deve provare a ritrovare la via dell'unità è una sinistra che guarda al futuro. Per esempio, con il Patto per il clima stilato dai Verdi entriamo nel cuore del problema del sistema con le questioni della svalorizzazione dell'ambiente che vengono messe in relazione alle tendenze globali della svalorizzazione del lavoro. Bertinotti parla di socialismo del XXI secolo. Chiamiamolo come ci pare, ma guardiamo al futuro e non restiamo semplicemente i naufraghi di tempeste del passato. In autunno sono d'accordo a realizzare, tutti insieme, un evento partecipativo, capillare e di massa.

Oliviero Diliberto (Pdci): Sulla previdenza abbiamo una posizione diversa da quella espressa da Mussi. Peraltro, ci è risultato abbastanza strano pensare che un governo di centrosinistra, ancorché diluendola nel tempo, portasse l'età pensionabile a 62 anni, per giunta con l'inganno delle "quote", che per essere tali devono essere flessibili.

Detto questo, tra noi vorrei fare una discussione di prospettiva, perché se guardiamo indietro, gli ultimi 15 anni della storia italiana sono stati caratterizzati dalla logica dei petali: ad uno ad uno sono stati tolti diritti e conquiste che, in larga parte, la nostra generazione aveva già trovato. Si è iniziato nel '92 con l'abolizione della scala mobile, poi nel '95 c'è stata la riforma delle pensioni, la "Dini", che ha scavato un solco tra generazioni. Berlusconi provò con l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per la prima volta non ci è riuscito. Perché? Grazie alla forte mobilitazione di massa, merito della Cgil. Prima ancora c'era stata la pessima riforma del lavoro con la Legge 30. E oggi è arrivato il colpo definitivo al sistema previdenziale, con l'innalzamento dell'età pensionabile; ma anche al mondo del lavoro, con un'attenzione pressoché inesistente alla stabilizzazione. Persino il lavoro a progetto, che è una delle forme più odiose e più diffuse e utilizzate al di fuori di qualunque progetto, non è stato toccato.

Ogni volta che è stato tolto un diritto si è chiesto alla sinistra di esercitare "senso di responsabilità" che noi abbiamo sempre esercitato. Ma a furia di esercitarlo, si rischia di smarrire la ragione sociale della sinistra che è quella di stare dalla parte dei ceti subalterni. Il malcontento è di coloro che oggi lavorano: la precarietà, infatti, prima ancora di toglierti futuro, ti toglie presente, perché sei ricattabile. Il mondo del lavoro sta diventando invisibile nel mondo della politica: chi difende i lavoratori? Io credo che sia venuto il momento che almeno qualcuno dica basta.

Il senso di responsabilità è una cosa molto seria, e continueremo ad esercitarlo, ma lo chiediamo anche agli altri, perché dal '92 ad oggi hanno pagato sempre gli stessi. L'impresa, infatti, ha avuto nel corso di questi ultimi 15 anni incalcolabili guadagni e, progressivamente, un pezzo della sinistra, quella che oggi si accinge a diventare Partito Democratico, ha assunto le ragioni dell'impresa contro quelle del lavoro e dei lavoratori. Qualcuno deve ripartire da questo punto e se non lo facciamo noi non lo può fare nessuno. Sono d'accordo con Mussi, se aprissimo la crisi di governo faremmo solo un regalo a chi lavora per farlo cadere. Ma se da un parte va incalzato, dall'altra, bisognerà cercare di organizzare un movimento di lotta.
Io non trovo nessuna contraddizione tra l'essere all'interno del governo e lottare anche contro alcuni decisioni del governo di cui faccio parte e che non condivido. Ad iniziare da una battaglia di emendamenti - che spero si possano concordare tra noi - sulle questioni sociali, alla ripresa autunnale. Ma è necessario lottare insieme anche fuori dal Parlamento cercando di organizzare dei movimenti il più possibile ampi. Ma saremo in grado di farlo solo se coloro che chiamiamo a lottare avranno la sensazione che vogliamo difenderli per davvero.

Ripeto, io sono per provarci fino in fondo a costruire l'unità tra noi, ma per quanto ci riguarda è un'unità che parte da una precisa connotazione di classe. Voglio riprendere non casualmente a parlare anche un certo linguaggio perché anche su quel terreno abbiamo perduto la sfida dell'egemonia culturale. La Confindustria sta facendo lotta di classe, e la sta vincendo. Vorrei almeno cercare di combatterla, non so se la vincerò ma vorrei provare. L'unità a sinistra - che proponiamo da tempi non sospetti - per il Pdci deve partire da questo dato. E dunque proveremo a dare un positivo, leale, unitario, corretto, beneducato scossone a questo governo, per il bene del governo medesimo perché se continua così magari dura ma perderà progressivamente consensi.

La nostra mobilitazione potrebbe partire in autunno con una grande manifestazione su una piattaforma che abbia esattamente i criteri e i contenuti che ho provato sommariamente ad indicare. La preoccupazione è davvero grande perché noi non stiamo patendo le contraddizioni tradizionali di una formazione politica che si trova al governo del paese e quindi deve fare compromessi. Qui c'è qualcosa di più: stiamo scontentando la nostra base sociale, almeno da quando è stata varata la "controriforma" pensionistica. Da quel giorno non intendo più accettare la logica del senso di responsabilità a prescindere perché è perdente per tutti e quindi io vedo un autunno "di lotta e di governo".

Franco Giordano (Prc): Oggi abbiamo fatto una discussione molto seria e anche molto vera. Abbiamo registrato una differenza sulla riforma della previdenza, ma credo che noi siamo in grado sul terreno parlamentare e sul terreno dell'iniziativa sociale di tradurre in positivo questa differenza, ottenendo un miglioramento degli accordi sulle pensioni, anche sul punto dolente della riforma dello "scalone".
Ora però ritorno al punto dell'unità della sinistra, perché Fabio ha introdotto una discussione molto seria: su quali basi culturali? Noi abbiamo bisogno di costruire una soggettività unitaria politica, e per poterlo fare dobbiamo aprire un dibattito culturale sull'ipotesi di alternativa di società. Allora, la vicenda del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita - alla quale accennava Mussi - è fondamentale. Oggi il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita è interamente dominato dalla logica di impresa. Io chiedo: dove sta scritto che i processi di risparmio che sono stati determinati dalla innovazione tecnologica e dalla ricerca debbono essere rimessi in circuito e riconsegnati non alle forme di socialità ma al capitale e ai suoi processi di accumulazione e di investimento? Da nessuna parte sta scritto. In un modello diverso di società questi risparmi possono essere destinati allo sviluppo delle relazioni umane, del tessuto sociale, dei servizi, e alla difesa dell'ambiente. E qui io tocco un punto che riguarda drammaticamente il nostro futuro: dobbiamo trovare la forza e i modi per fermare l'aggressione capitalistica alla natura.

Ma la crisi della politica che cosa è oggi? Secondo me la crisi della politica ha due aspetti. Da una parte è una crisi di partecipazione; noi abbiamo quella che Gramsci avrebbe chiamato una vera e propria rivoluzione passiva; e allora bisogna ricostruire una soggettività politica in grado di realizzare forme di protagonismo. C'è una seconda parte che, secondo me, è ancora più drammatica: la politica rischia di essere ininfluente sui processi economici, cioè rischia di essere riconsegnata al capitale e diventare ancella del processo di valorizzazione del capitale sullo sviluppo globale. E non ha più la possibilità di svolgere una funzione di regolazione sociale. Da questo punto di vista la "missione" del governo diventa decisiva in questa fase. Se surrettiziamente il governo diventa il perno di questo processo di subordinazione al capitale - vedi l'idea del risanamento del debito come unico elemento sovraordinatore - è evidente che tutte le ipotesi di risarcimento sociale e di redistribuzione vengono confinate in uno spazio estremamente ristretto. Allora ha ragione Mussi: c'è un programma di governo che sembra non essere più attuale? Bene, si ricontratti, tutti insieme, punto per punto, ogni aspetto del programma, rompendo lo schema della plancia di comando. Io mi chiedo: possibile che si debba fare una proposta di riforma del mercato del lavoro senza che i ministri Mussi, Ferrero, Bianchi o Pecoraro Scanio ne sappiano nulla, e discuterne con i sindacati mettendoli alle strette e dirgli che è inemendabile? A nome di chi parlano?

Allora ricostruiamo la "missione" di questo governo, ridefiniamo passaggio per passaggio i punti programmatici. Da questo punto di vista, però, io penso che sia decisiva una mobilizzazione nostra che manifesti sia sul terreno della democrazia, sia sul terreno dell'identità politica e culturale. Mi spiego meglio: penso che la manifestazione che propongo per autunno non deve avere come unico obbiettivo, seppur importante, di metterci nelle condizioni di avere più forza contrattuale dentro al governo, e cercare di essere più efficaci, (cosa che è, diciamo, il prius dell'azione politica di questa fase rispetto al governo), ma deve avere anche l'obiettivo di costruire una soggettività politica unitaria; esattamente quello che la gente ci chiede in giro e le cui aspettative credo siano condivise da tutti. Io allora vedo due ipotesi, la costruzione in maniera diffusa di questa mobilitazione con un appuntamento nazionale; e contemporaneamente la definizione rapida degli stati generali di queste nostre forze con la soggettività più larga oltre ai nostri partiti: perché non possiamo dare l'idea che tutto si riduce a noi quattro, ma da noi quattro deve partire un segnale.

Angelo Bonelli (Verdi): Penso che ci è chiaro, lo diceva prima Mussi, il ruolo che il Partito Democratico esercita e intenderà esercitare nel futuro; del resto Rutelli ha detto, e non solo nel suo manifesto, che l'obiettivo è ridisegnare i confini del centrosinistra. E' evidente che la presenza della sinistra viene considerata transitoria dalla parte maggioritaria del Partito Democratico. La funzione che dobbiamo esercitare con grande forza e caparbietà e quindi responsabilità nei confronti del paese è quella dell'unità dell'Unione. La domanda è come riusciamo ad esercitare un ruolo per far sì che in un prossimo futuro questo paese non conosca una "grande coalizione". Penso che sia urgente costruire questa mobilitazione. La struttura sociale del paese non è più quella di 20 anni fa. Noi abbiamo avuto destrutturazioni sociali fortissime che hanno ridefinito modalità, relazioni sociali, umane, affettive; una destrutturazione che ha contribuito a costruire una nuova società, che in alcuni casi per noi, e parlano anche i dati elettorali, è abbastanza oscura. Non c'è una connessione, non c'è un'interlocuzione con queste nuove soggettività.

Io non provengo come è noto dalla tradizione comunista ma mi sento un uomo di sinistra; dico questo per far comprendere che le potenzialità di un area così vasta sono grandi. Però non condivido che questo soggetto possa o debba avere una connotazione di classe; io penso ad esempio che riguardo al "patto per il clima" sia necessaria un'alleanza con quel mondo dell'impresa che non è rappresentata da Montezemolo e che ha scelto l'innovazione tecnologica, una scelta legata anche ad una sorta di codice etico.
L'iniziativa su cui stiamo ragionando per l'autunno deve essere accompagnata da una elaborazione programmatica che ci porti ad un manifesto politico da presentare al paese. Manifesto legato alla questione forte della lotta al precariato, che veda al suo interno la questione del contrasto alle povertà sociali, che parli del reddito di cittadinanza, che parli della questione climatica nelle sue articolazioni legate ad un nuova politica energetica, che inevitabilmente pone anche nuove questioni nel rapporto con il sindacato. L'altro giorno sotto al ministero dello Sviluppo economico c'erano i lavoratori dell'Enel di Porto Torres a chiedere la centrale a carbone; ciò ci pone un problema di interlocuzione col mondo sindacale su quale politica energetica adottare. E quindi anche un'articolazione dal punto di vista climatico del discorso dei trasporti e delle infrastrutture. Voglio essere chiaro: il ministero diretto di Di Pietro non segna alcuna discontinuità con l'era Lunardi. Parlare di valutazione di impatto ambientale, di superamento della "legge obiettivo", in questo paese sembra una cosa da estremisti. Come sembra da estremisti chiedere il rispetto delle norme europee. Per non parlare della questione legata alla difesa del suolo.

Dobbiamo lanciare un'offensiva sulla questione "stop al consumo del suolo" in questo paese e quindi dotarci di una legge urbanistica che dica che nel futuro ci sarà un consumo del suolo zero e quindi il futuro è la riqualificazione delle nostre periferie. Altra grande questione è quella della ricerca, dell'innovazione, della scuola: abbiamo la necessità di dare una giusta accelerazione per andare almeno alla stesa velocità degli altri paesi. E poi la questione dei diritti civili, perché la battaglia della laicità non è esclusivo patrimonio dei radicali e c'è una sinistra che si deve candidare a parlare con credibilità ed autorevolezza di questi temi. Noi dobbiamo parlare di contenuti, con un linguaggio molto chiaro e diretto al paese, perché dobbiamo assolutamente evitare che questa sinistra sia relegata in un angolo come una sinistra "massimalista" che sa solo protestare, ma che invece ha la capacità di proporre.

Si diceva sinistra "di lotta e di governo". E' un crinale molto delicato e noi dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo per riportare al centro il programma dell'Unione. Ricontrattare il programma? Io non so che significa, vedo che lo sta facendo il Pd, ma appunto perché lo fanno loro noi dobbiamo ricordare con grande forza che il programma è stato votato da milioni di italiani.

Fabio Mussi (Sd): Vorrei aggiungere un breve contributo allo sviluppo della discussione che entra di più nel merito delle questioni. Primo: egemonia. Noi abbiamo largamente dimenticato la lezione: l'egemonia si esercita nel linguaggio, il linguaggio forma il senso comune. Quando le idee egemoniche sono diventate linguaggio e depositate nel senso comune, sono una potenza mai vista. Dunque, dobbiamo agire sul linguaggio smettendo di assumere come scontato un modo di definire le cose che già indica chi sta sopra e chi sta sotto: ad esempio, diamo per scontato che il centrosinistra italiano venga definito come un campo diviso in sinistra riformista e sinistra radicale. Che vuol dire radicale? Se vuol dire intransigenza dei principi, una politica che va alla radice dei problemi, dovremmo ricordare che non esiste una buona politica che non abbia un'intransigenza dei principi.

Secondo: Giordano ha parlato di «lavoro come parte del processo di valorizzazione...». Il lavoro vivo è parte del processo di valorizzazione del capitale e questo da quando è apparsa questa formazione economico sociale chiamata capitalismo. Naturalmente nella storia di questa formazione non ci sono state sempre le stesse condizioni. Il capitalismo nella sua forma originaria non è lo stesso del grande compromesso socialdemocratico, del welfare state; lì qualcosa è cambiato nelle condizioni di vita di milioni di persone, negli assetti della società. Ecco, penso che su questa parte precedente di storia qualche giudizio, meno liquidatorio, su cosa è stato il socialismo su scala europea non sarebbe male. Negli anni passati abbiamo elegantemente discusso sulla cosiddetta "fine del lavoro" e "l'avvento delle classi medie". Quando Carlo Marx invitava i "proletari di tutto il mondo" ad unirsi, questi erano quattro gatti sparsi tra quella che allora era la Prussia, l'United Kingdom e la Francia. Mai c'è stato tanto lavoro salariato come ora sul pianeta e mai c'è stato tanto lavoro intellettuale comprato e venduto alle condizioni di lavoro salariato. Accanto a questo c'è l'altro fenomeno che è il consumo crescente di materia e di energia. E il sistema capitalistico si è scontrato con un principio che è un po' più potente della lotta di classe: il secondo principio della termodinamica. Oggi mettere insieme le questioni del lavoro e dell'ambiente non è un vezzo, è il modo di approcciare criticamente il problema.

Ecco, è su tutte queste cose credo dovremmo iniziare a scambiarci competenze, conoscenze e punti di vista per ricostruire questa sinistra. E' un nostro dovere. Quello di identificare un area di sinistra a sinistra del Pd è diventato un dovere nazionale, oltre ad un'esigenza dovuta al bisogno di rappresentare la nostra gente. Perché se quest'area resta sfaldata, dispersa, divisa, alla fine l'esito neo-centrista o cesarista diventa ineluttabile.

Torna al sito principale, clicca qui ===>>>




permalink | inviato da sdchieti il 5/8/2007 alle 23:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 agosto 2007

segue intervento di Gianni Melilla

Il progetto di unire la sinistra non lo si fa soltanto razionalmente, ma anche con i sentimenti.
Giacomo Leopardi scrisse ” Se la ragione, e solo se,  la ragione diventa passione è possibile la conoscenza”. Eppure non è semplice trasformare questa potenzialità sentimentale in progetto e organizzazione.
Fausto Bertinotti ha ragione: occorre accelerare la scelta di una nuova soggettività della sinistra mettendo insieme la cultura del pacifismo, dell’ambientalismo, della libertà femminile,  i partiti socialisti, comunisti e verdi, i movimenti del lavoro e della società civile.
Non è semplice, ma è necessario.
Se non ora, quando? Eppure dinanzi alle difficoltà enormi e forse insuperabili del Partito Democratico, la sinistra non imbocca la via senza ritorno della sua unità su idee e programmi condivisi. Sembrano prevalere timori identitari e dispute nominalistiche. Si difende troppo il proprio giardino. Rossana Rossanda, col solito acume, ci ricorda che mai l’ingiustizia è stata così enorme e mai si è protestato così poco. Il Partito Democratico vuole far passare per riforme la rimessa in discussione di conquiste sociali in materia di flessibilità, previdenza, sicurezza del lavoro.
C’è una gara a chi è più moderno (per Rutelli addirittura “coraggioso”!) nel proporre controriforme che ci fanno uscire dallo Stato Sociale del novecento regredendo nel più ineconcepibile darwinismo sociale.
C’è un convitato di pietra che è stato ucciso e si spera sepolto: è la radice sociale della sinistra. La sinistra in più di un secolo è stata declinata in vari modi, ma la sua identità è sempre stata l’insopportabilità politica di un modo di vivere e di lavorare inuguagliante e strumentale come quello capitalistico. Per  rimediarvi in passato la sinistra si è divisa tra riforme e rivoluzione, tra socialisti e comunisti, ma per tutti quel sistema era intollerabile per l’ingiustizia che produceva.
Alla fine del Novecento quel sistema è diventato globale, governa non solo attraverso gli Stati, ma gli Stati medesimi, e ha comportato una crescita di disuguaglianza, fame, emigrazioni disperate, guerre in proporzione sconosciute.
Un nuovo ordine mondiale è possibile se la sinistra non si rassegna alla priorità del capitale su ogni idea di società e di diritti umani.
La modernizzazione non può essere la consegna al mercato come regolatore unico.
L’abbandono del campo culturale della sinistra da parte del nascente PD, è la negazione della sua radice sociale: i lavoratori, non solo gli operai e gli impiegati, ma anche i precari, senpre più numerosi, addetti ai servizi e alle professioni intellettuali.
Il distacco tra politica e cittadini nasce anche dalla disperazione di una condizione sociale insopportabile, precaria, ingiusta contro cui pochi si battono.
Il declino della sinistra viene innanzitutto dalla perdita di fiducia dei lavoratori  e di tutti i precari. La globalizzazione non può essere l’alibi per gettarli nella solitudine di non essere rappresentati politicamente. Mentre il lavoro diventa orfano di una grande sinistra, il capitalismo trova il modo di crescere comprando e rivendendo le sue più grandi aziende, in una logica di predatori feroci, di cui gli epigoni più volgari sono stati  i vari furbetti dei quartierini che in questi anni si sono arricchiti sulla pelle dell’economia reale, scambiandosi banche e privatizzando grandi aziende pubbliche.
E invece ci sono milioni di operai, di insegnanti, di lavoratori autonomi che arrivano a fine mese con difficoltà.
Accanto a loro c’è un quarto della popolazione composta da disoccupati e da precari esclusi dal piano nobile del mercato del lavoro.
E il 70% dei nostri vituperati pensionati percepisce pensioni inferiori a 700 euro al mese. La maggior parte di loro si chiede: ‘ma chi mi difende?’
Si fa a gara per prendere applausi ai convegni degli industriali, ma il consenso dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari, non è altrettanto importante?
La sinistra unita deve porsi il compito di una moderna rappresentanza del lavoro. Solo unite le forze di sinistra, insieme ai sindacati e ai movimenti europei possono avere la “massa critica” per competere su scala internazionale per un altro mondo in pace con la natura, senza guerre, con meno disuguaglianze sociali tra le classi e tra il Nord e il sud.
Per questo vale la pena di spendersi per costruire una nuova, unitaria e plurale soggettività della sinistra senza aggettivi. Questo è il senso più profondo del mio impegno per questo progetto di unità della sinistra.

L’Aquila 17 luglio 2007
PER TORNARE AL SITO SDCHIETI CLICCA DI SEGUITO ===>>> WWW.SDCHIETI.ILCANNOCCHIALE.IT




permalink | inviato da sdchieti il 1/8/2007 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



24 luglio 2007

Approvate il T.U. sulla sicurezza

Firme varie*, (da www.aprileonline.info) 23 luglio 2007

Appello ai deputati     

Nei prossimi giorni, alla Camera dei Deputati, sarà discusso e posto in votazione il disegno di legge n° 2849 sulla sicurezza del lavoro, già approvato dal Senato. Questo provvedimento è atteso da molti anni per l'impulso che certamente può dare alla lotta agli infortuni, alle malattie ed alle morti bianche, vera e propria piaga sociale per il nostro Paese

Nei prossimi giorni, alla Camera dei Deputati, sarà discusso e posto in votazione per la vostra approvazione il disegno di legge n° 2849 sulla sicurezza del lavoro, già approvato dal Senato e meglio conosciuto come "Testo Unico".
Questo provvedimento è atteso da molti anni per l'impulso che certamente può dare alla lotta agli infortuni, alle malattie ed alle morti bianche, vera e propria piaga sociale per il nostro Paese.

L'approvazione da parte del Senato è stata preceduta da un ampio ed articolato dibattito fra le forze sociali che, pur non avendo soddisfatto completamente le aspettative del mondo del lavoro (sono stati respinti alcuni emendamenti che rafforzavano gli Rls, si è prevista l'assunzione di 300 ispettori del lavoro, quando i controlli per la sicurezza e salute dei lavoratori li fanno i Tecnici della Prevenzione delle Asl, non è stato approvato un emendamento che vincolasse almeno il 50% degli introiti derivati da sanzioni in materia di sicurezza sul lavoro, e sono milioni di euro, per assumere ed istruire nuovi tecnici anziché contribuire al bilancio della ASL) ha comunque prodotto notevoli passi in avanti e posto alcuni importanti punti fermi in materia di tutela della salute, di razionalizzazione e coordinamento delle risorse e di promozione della cultura della sicurezza.

Come lavoratori e RLS siamo perfettamente consapevoli della complessità e delle dinamiche socio-economiche e politico-istituzionali e siamo preoccupati per il rischio concreto di una dilatazione indeterminata dei tempi di adozione definitiva; in caso di modifiche apportate dalla Camera sarebbe necessaria una nuova approvazione da parte del Senato.

Riteniamo che questa sia una formidabile occasione concreta per dimostrare al Paese che almeno sulle morti bianche e la salute di milioni di lavoratori i partiti, i Gruppi ed i singoli deputati sono capaci di accantonare furbizie e tattiche parlamentari dilatorie.
Col massimo rispetto per le prerogative parlamentari, facciamo appello alla vostra sensibilità istituzionale e politica affinché il provvedimento possa essere promulgato al più presto e quindi approvato nell'attuale stesura varata dal Senato.
I miglioramenti, pur necessari, potranno essere comunque ottenuti mediante "Ordini del Giorno" che impegnino formalmente il Governo ad apportare in sede di Delega tutti gli aggiustamenti ritenuti necessari.

1) Dante De Angelis-RLS-Roma
2) Marco Bazzoni- RLS-Firenze
3)Claudio Gandolfi -Fillea-Cgil Bologna
4)Graziella Marota-Mamma di ANDREA GAGLIARDONI, DECEDUTO PER INFORTUNIO SUL LAVORO A SOLI 23 ANNI-Porto sant'elpidio(AP)
5)Giuseppe Mosca- Studente Tecnico della Prevenzione-Napoli
6)Luigi Murru- RLS Trenitalia - Cagliari
7)Andrea Coppini-RLS-Prato.
8)Claudia Spagnuolo -Marino (roma)
9)Sergio Ruggieri- Delegato R.S.U. -S.A.F. -JESI
10)Corrado Cirio, Tecnico della Prevenzione dell'Asl 2 di Savona
11)Associazione 12 giugno TARANTO/BRINDISI
12)Mirko Borselli- R.L.S. Acqua Panna-Operaio- Borgo San Lorenzo (FI)

L'adesione può essere inviata a: bazzoni_m@tin.it

TORNA ALLA PAGINA DELLA Sinistra Democratica provincia Chieti ===>>> http://www.sdchieti.ilcannocchiale.it/




permalink | inviato da sdchieti il 24/7/2007 alle 1:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 luglio 2007

Bertinotti su Alternative per il Socialismo, il testo integrale

Pubblichiamo il testo integrale con cui Fausto Bertinotti è intervenuto su Alternative per il Socialismo. Focus della sua riflessione, la condizione della sinistra in Europa che, oggi, si trova di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell'esistenza politica

La sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell'esistenza politica. Non è solo, come è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta, dello scompaginamento, di un duro ma temporaneo ridimensionarsi della sua forza: quel che si affaccia è l'orizzonte di un vero e proprio declino. E questa volta l'urgenza della risposta è davvero grande: non ci sono dati né tempi lunghi né solide certezze sugli strumenti con i quali attrezzarsi. E' un po' come quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed è anche possibile che non si riesca a trovarla. Ma se finisse così l'esito sarebbe drammatico: l'eredità del movimento operaio del Novecento ne sarebbe, semplicemente, cancellata. Dalla politica, cioè, sparirebbero il discorso sull'uguaglianza, la critica "strutturale" del capitalismo e del patriarcato che generano alienazione, la concretezza della condizione sociale e sessuale della persona oltre la "cittadinanza", l'idea di libertà come liberazione, preconizzata da Marx nella Questione ebraica: insomma, tutto ciò che ha consentito alla politica stessa, nel secolo scorso, di raggiungere il suo punto più alto, quello di porsi l'obiettivo della trasformazione radicale della società (la rivoluzione), ma anche la pratica di una democrazia avanzata, innervata dalla "irruzione delle masse" e dal loro concreto protagonismo . La sconfitta del Novecento l'ha duramente colpita, ma non ne ha ucciso le ragioni. Ora è davvero a rischio qui (in Europa) e ora (nel XXI secolo). Se muore questa politica, muore la Politica.

Una sfida drammatica
Di questo processo è difficile immaginare l'esito, data anche la natura rapida, se non tumultuosa, dei mutamenti in corso e l'accentuata instabilità dei rapporti internazionali (a tutt'oggi dominati dalla spirale guerre\terrorismo, ma anche dallo scontro latente tra le diverse "locomotive dello sviluppo" che, per altro, stanno traslocando da una parte all'altra nel mondo, cambiandone la geografia economica). La spirale guerra-terrorismo continua a generare massacri e tragedie direttamente e indirettamente. Ciò che accade in terra di Palestina è la drammatica dimostrazione di cosa si può produrre quando la politica viene messa in scacco.
D'altro canto si va affermando in questa turbolenta e caotica transizione un nuovo organicismo liberista che attacca in radice la politica - ogni politica che non sia proiezione di un capitalismo totalizzante, sempre più onnivoro e pervasivo, e che non preveda la logica dell'impresa e del mercato come paradigma sovraordinatore non solo dell'economia e delle relazioni sociali, ma del governo stesso della "cosa pubblica". Questa è la novità vera di questa fase: va prendendo corpo un'ipotesi a-democratica di dominio che dissolve i fondamenti stessi della dialettica politica della modernità, come la discriminante tra destra e sinistra, pone l'impresa come centro dell' "interesse generale", lavora sulla passivizzazione di massa - politica, sociale e culturale - come vera e privilegiata leva della stabilità. La crisi di civiltà diventa il più forte alleato di questo progetto. Il disordine, la violenza diffusa nella vita sociale e nella quotidianità, e quindi la paura e l'insicurezza di massa: ecco le "corpose realtà", che diventano contestualmente anche potenti armi ideologiche, sulle quali si fa leva per espellere dalla politica (e dalle istituzioni) il conflitto sociale e di classe, ridurlo a fatto marginale od obsoleto, depotenziarne il senso e l'efficacia concreta. Le crescenti spinte sicuritarie, nello Stato centrale come nell'amministrazione dei territori, costituiscono alla fine l'altra faccia di questo progressivo esaurimento\sfinimento della democrazia: se l'eccezione tende a diventare regola, se lo "stato di emergenza" si fa condizione permanente, se gli spazi di libertà si riducono, il compito peculiare - forte - della res publica diventa anche e soprattutto, se non esclusivamente, l'azione repressiva, d'ordine.

Una nuova occasione a sinistra
Se questa è la posta in gioco, il compito prioritario, in Italia e in Europa, non può che essere la lotta contro l'omologazione: ovvero la necessità "assoluta" di tentare di tenere aperta la partita, di preservare lo spazio di una politica di trasformazione, di alimentare la vitalità di una proposta di alternativa. La dimensione, cioè, di quella che abbiamo chiamato sinistra alternativa, nella dialettica delle "due sinistre" intese come due grandi tendenze generali - e anche come due diverse risposte alle sconfitte del Novecento (abbandono delle ragioni storiche che hanno animato le lotte del movimento operaio nel secolo, oppure resistenza e nuova attualità di quelle ragioni). Ma non si trattava e non si tratta, nient'affatto, della ennesima riedizione della dialettica "riformisti\rivoluzionari". I confini tra le diverse sinistre sono giocoforza segnati dalla constatazione della fine del Novecento e dalla nascita dei movimenti critici della globalizzazione capitalista. Quando le due sinistre (l'apertura di nuove sfide) sono reali, più larga è la possibilità per la sinistra di alternativa di uscire dalla minorità e di influire sul corso delle formazioni di centrosinistra. Il rischio è, al contrario, nessuna sinistra: cioè una sinistra senza classe ma con i voti, e tante sinistre divise alla ricerca della classe ma senza voti (e senza capacità di rappresentanza).
Oggi in Italia però si affaccia una nuova possibilità-necessità. L'occasione è il distacco di una componente riformista dell'approdo di dissoluzione all'interno di una formazione liberal-democratica. Una novità che riapre una chance per tutte le forze della sinistra alternativa: la chance dell'unità per realizzare la massa critica necessaria a dare efficacia all'azione. E così raccogliere un bisogno diffuso, sebbene scarsamente definito, nei movimenti, nella società, nell'opinione di sinistra. Il problema, certo, non solo non è nuovo, ma si è presentato di continuo, e anche in anni molto recenti e sempre in termini differenti. Dopo Genova, è stata sperimentata e avviata la strada di una nuova e "virtuosa" relazione tra partito e movimento: un'esperienza da non disperdere e da non archiviare. Una lezione positiva resta viva, non tuttavia una soluzione. Il salto, inedito, che era necessario e forse possibile non è riuscito - e bisognerà pure indagarne attentamente le ragioni. In assenza di questo salto, tendono a regredire sia i movimenti sia la rappresentanza politica. Come ci dice la recente vicenda francese.

La lezione francese
La Francia è la prova evidente di una possibilità che nasce nei movimenti, ma anche del fatto che un mancato processo politico genera un riflusso. Nella lotta contro il Trattato costituzionale europeo, l'anno scorso, è cresciuto un movimento di protesta dal segno inequivoco (antiliberista), nutrito di una pratica sociale e di contenuti (il no alla Bolkenstein) che hanno prefigurato la nascita di un nuovo europeismo di sinistra e di popolo. Quando sulla scena irrompono le elezioni presidenziali e il rinnovamento delle assemblee legislative, quando cioè si pongono le questioni della rappresentanza, delle alleanze politiche e del governo, la sfida non viene raccolta. Vince Sarkozy , la sinistra viene dispersa, il movimento si divide - e l'intero quadro politico-sociale arretra. Perché? Perché è pur vero che anche in un quadro fortemente segnato dalla potenza delle forze del sistema e delle culture dominanti, si possono aprire possibilità di vittoria dei movimenti e, persino, di passaggio dai movimenti al movimento, determinando condizioni favorevoli anche rispetto alla loro "supplenza" politica. Ma è vero anche che, se non interviene, a sinistra, un processo politico che vi corrisponda, la fase di crescita, che può essere anche impetuosa, lascia il campo al rovescio. Il vecchio uscio torna sui vecchi cardini e ne può emergere, persino, un'organizzazione politica complessiva più funzionale al capitale, con l'apertura di una nuova tappa della crisi della politica e del rapporto tra le sinistre e le popolazioni.
Si può obiettare, certo, che la Francia e l'Italia sono paesi tra loro molto diversi, per contesti sociali e di sviluppo, per sistemi elettorali, per "geografia" stessa delle sinistre. Tutte differenze evidenti, certo. Ma possiamo concluderne che, in un'Europa che si pone sempre più come il teatro autentico della politica, la Francia non ci riguarda da vicino? Che non ci propone una "lezione" assai prossima al tradizionale de fabula narratur?
In Francia, la partecipazione al voto alle presidenziali è stata dell'84,5 per cento (anche se assai diversa alle legislative risulta la partecipazione al voto e diverso il voto operaio). Un livello, quello delle presidenziali, che ci ricorda l'importanza che continua a rivestire per la gran parte del popolo l'esercizio della democrazia rappresentativa, specie in una contesa fortemente polarizzata. E ci ricorda, altresì (la constatazione non è più così banale a sinistra) il peso che assume, anche oggi, nella politica più generale la contesa sulla rappresentanza politica nelle istituzioni. Lo scontro si è svolto tutto sul clivage sinistra-destra, in una parvenza di fortissima radicalizzazione, ma interamente "desocializzato" - in questi anni il pensiero unico ha scavato, e la sinistra che chiama al voto utile, per vincere, non sa parlare alla condizione sociale dei votanti. Prevale il simbolico, e dentro l'universo simbolico prevale non una "astrazione determinata" ma un'astrazione indeterminata, generica, una "generizzazione" come avrebbe detto Gramsci. Vince alla fine un'idea della Francia. Vince la destra perché propone non un manifesto liberista, ma un'idea riconoscibile della Francia - una cattiva idea, certo, ma un'idea capace di unificare, almeno per questa fase, diverse culture di destra (nazionalismo, neoconservatorismo, sicuritarismo). E riesce a superare la "legge del pendolo": malgrado venisse da un quinquennio di governo, malgrado tutti i governi avessero fin qui perso nelle elezioni recenti in Francia, la destra di Sarkozy si è presentata come una forza "nuova", orientata al futuro I socialisti perdono, malgrado il connettere innovativo di Segolene Royal (una donna, un'immagine nuova, una diversa capacità di ascolto, un po' di populismo dolce, e così via). Perdono cioè per una ragione di fondo. Né il recupero del voto operaio (e delle periferie) prevalentemente motivato dal tout sauf Sarkozy, né il voto utile costituiscono una leva sufficiente per il consenso allargato. Quella che si consuma è una crisi di egemonia: non c'è un'idea realmente diversa di società, non c'è un riferimento a soggetti sociali concretamente o almeno simbolicamente eletti a portatori di un discorso convincente sull'uguaglianza (o, almeno, sul terreno della lotta contro le diseguaglianze).
Allo stesso tempo, il "voto utile" travolge le sinistre di alternativa tra loro divise. La gauche radicale perde il vento vincente del no al trattato europeo, non riesce a realizzare un rassemblement unitario e si disarticola. Un leader prestigioso, o una grande tradizione politica, o una forza organizzata, o la generosità del lavoro di tante e tanti militanti in esperienze pure importanti non possono sostituire un progetto politico. Così prende corpo la ricaduta identitaria condannata alla minorità. Ma la sconfitta non è solo elettorale. La sinistra maggioritaria smarrisce la ragione prima della sua esistenza, l'altra si frammenta in piccoli partiti. E' una crisi che si affaccia in termini analoghi in tutta l'Europa - in Italia si chiama, in un certo senso, "questione settentrionale".
Il nord del paese è la frontiera dell'innovazione capitalistica europea: se sei a rischio qui, come sinistra e come sinistra di alternativa, sei a rischio per il futuro. In questo senso, il recente test elettorale amministrativo è un segnale d'allarme molto serio, e ci riconduce ai temi di fondo del futuro della sinistra e del rapporto tra la sinistra e la società, tra la rappresentanza e i movimenti, tra la rappresentanza e il conflitto.
Se si confrontano, con tutte le cautele del caso, il voto della Francia e quello del nord Italia, si conferma intanto una certa disposizione di massa, in questa fase, al voto. La crisi della politica o della sua credibilità non assume la forma generalizzata e stabile, qui e là, dell'astensionismo, ma ridefinisce il rapporto di massa con le elezioni (e le istituzioni rappresentative) su due versanti: l'uno lungo l'asse destra-sinistra, l'altro sulla polarità alto\basso. La prima risponde, come può, alla "necessità" del conflitto politico, la seconda rispecchia una critica dal basso al sistema politico nel suo insieme. La collocazione del voto popolare nell'uno piuttosto che nell'altro campo dipende da molti fattori. Ma un dato sembra prevalente. Quando le sinistre sono all'opposizione e si presenta un avversario così minaccioso per la coalizione popolare da creare un vero allarme (e mobilitare sul tout sauf Sarkozy) il voto operaio e popolare si ricolloca a sinistra. Ma quando la sinistra è al governo, la disaffezione conduce il voto popolare verso il conflitto con l'intero sistema politico e il voto oscilla tra l'astensione e la protesta. Se non si spezza, nel suo fondamento, questa propensione, la frattura tra rappresentanza e movimenti è destinata a fissarsi, mettendo a rischio l'esistenza stessa della sinistra

L'insidia neo-borghese
Le attese che sono venute maturando nelle classi dirigenti in tutti i paesi europei al fine di realizzare una stabile governabilità (obiettivo assai difficile da conseguire in questo quadro di politiche economiche e sociali) sono quella di precludere alle sinistre di classe e/o critiche ogni possibilità di essere attive nei processi politici. L'insidia è reale. L'obiettivo comune agli attori neo-borghesi è l'espulsione della Politica dalla politica. Il carattere totalizzante del nuovo capitalismo pervade la politica. In Italia il discorso del presidente della Confindustria all'assemblea annuale ne è la punta dell'iceberg. Inutile chiedersi di quanti voti dispone o se si candiderà, conviene leggere su dove fondi la pretesa confindustriale di cancellare dalla politica le categorie di sinistra e destra. Essa si fonda sul preteso carattere paradigmatico dell'impresa non più solo quale organizzatrice della produzione e agente economico ma quale modello dell'intera organizzazione dell'economia e della società. E' la presunta neutralità del suo paradigma che vuole sostituire la politica perché così essa sarebbe condannata all'inutilità (dunque al fine dannosa). L'obbiettivo sotteso è mettere l'impresa al governo della società. Contemporaneamente negando possibilità di scelta alla politica tra diverse opzioni di società, tra diversi possibili rapporti sociali che la definiscono, tra diverse composizioni sociali delle classi dirigenti si espelle dalla politica il cuore che l'ha ridefinita nella modernità, dunque la si condanna all'inutilità. Così nella politica che resta tutto diventerebbe centro. Solo sarebbero possibili delle nuances, delle sue diverse versioni e tante possibili conformazioni, compresa quella di un meta-centro senza neppure la necessità di un partito di centro vero e proprio. Il peso dei sistemi politici maggioritari già inclina al centro e al centro si corre per vincere una contesa che in tanti paesi europei vede spesso i contendenti entrambi vicini al 50 per cento. Tuttavia questa corsa al centro è in realtà asimmetrica. Essa lascia lo spazio alla nascita di potenti operazioni di destra che, messe le vele al vento dei processi materiali di riorganizzazione capitalista dei mercati e delle imprese, si possono guadagnare ambiziosi seppur cattivi progetti di società (Sarkozy, ma anche Berlusconi). La macina dell'ultima modernizzazione scava fossati e voragini più a fondo nella società. I paesaggi conosciuti si fanno ignoti, i protagonisti di grandi vicende collettive sono stati trasformati in resistenti, culture popolari cresciute nel rapporto con progetti politici di liberazione e con le produzioni culturali alte sono state abbandonate, il noi ha lasciato il posto all'io. Lo sradicamento della sinistra nel nord del paese è l'esito drammatico della storia dell'ultimo quarto di secolo. Le vicende politiche recenti vanno collocate dove esse stanno, cioè nelle cause di medio e lungo periodo, nella spoliticizzazione imposta al conflitto sociale, nella formazione dell'opinione pubblica prodotta da agenti modernissimi dentro una rivoluzione passiva. Il nord del paese è la frontiera dell'innovazione capitalistica europea. Se sei a rischio qui, come sinistra e come sinistra di alternativa, sei a rischio per il futuro.

I limiti del conflitto sociale e sindacale
Al fondo la contesa sarà decisa, come sappiamo, dai rapporti sociali,. Ora il problema che ci si pone, con un'immediatezza acutissima, è l'apertura di uno spazio politico, di più, di uno spazio pubblico, in cui i soggetti portatori di criticità, di esperienze e di istanze extra-mercantili possano crescere, entrare in connessione e costruire una prospettiva di cambiamento. Si potrebbe puntare, come è avvenuto in altre fasi, su una intensificazione del conflitto o sulla sindacalizzazione dell'azione politica? Il fatto è che la lotta sociale, specie quella di lavoro, risulta oggi imprigionata nella lunga rivoluzione passiva che ha investito tanta parte delle sue istituzioni. Più in generale, sono evidenti i limiti di ogni iniziativa definibile come un "più uno", magari legato a fondate e concrete ragioni materiali. Insomma, il quadro delle compatibilità, il vincolo esterno, quand'anche fortemente ideologizzato e inaccettabile, pesa molto, perché la dura operazione politica e culturale operata dalle classi dirigenti conferisce a una realtà parziale e modificabile lo statuto di un quadro dall'apparenza immodificabile. Nessuna politica che si racchiudesse in un pur "buon economicismo" potrebbe farcela. Ovvero, mai così drammatica, politicamente e socialmente pregnante, è stata la questione dell'egemonia.
Dunque, la rinascita di un conflitto capace di produrre il cambiamento e la formazione di un senso comune critico (per quanto contraddittoria possa apparire questa definizione) stanno oramai insieme. Nel vuoto di una battaglia su questa frontiera la coppia amico-nemico sovrasta sia quella del conflitto di classe che quella tra destra e sinistra, spingendo la politica fuori dal centro della contesa di società e rendendo difficilissima, pur nell'autonomia reciproca, la connessione forte tra la pratica dei movimenti e una rappresentanza politica della sinistra

La necessità di un "cambio di passo"
E dunque. Quale cambio di passo propone alla sinistra di alternativa questo quadro? In primo luogo quello della costruzione, proprio in questa fase e per fronteggiare queste sfide, di una massa critica capace di perseguire l'obiettivo. Da essa non si può prescindere, ne sono persuaso, se si vuole davvero lavorare alla rinascita del conflitto di trasformazione e alla contestuale formazione di una cultura critica di massa. Resto altresì convinto che, senza l'esperienza di un Prc ricostruito sulla rifondazione della sua cultura, su dolorosi strappi con la sua storia e sull'apertura ai movimenti e a altre culture critiche, l'impresa sarebbe impossibile. E lo stesso segno dell'unità che si proponesse sarebbe totalmente diverso, e sostanzialmente muto rispetto al tema della trasformazione. Ma ora, senza una soggettività unitaria e plurale dell'intera sinistra di alternativa, la massa critica necessaria non la si mette insieme. E ci si perde. E' ora che il fiume (i fiumi) entrino nel lago. La ricerca di tendenza dovrà continuare, confrontarsi con altre tendenze, costruire tessere del mosaico condivise e proseguire il cammino anche più coraggiosamente e radicalmente. Ma occorre un fatto nuovo nella politica a sinistra, nella sinistra di alternativa. Si tratta di suscitare quell'entusiasmo "che è poi il metodo pedagogico più antico" come ci ricorda Franco Piperno ne Lo Spettacolo Cosmico.
E' fuorviante domandarsi adesso come sarà il soggetto politico unitario e plurale della sinistra di alternativa: sarà quel che deciderà il processo di partecipazione democratica che la proposta deve aprire. Non si può lasciare da parte, o rimuovere, la critica alle forme della politica, mentre si progetta il nuovo: il come deve essere a disposizione dei protagonisti del processo, quelli già organizzati in partiti e associazioni e quelli non organizzati. Un processo unitario reale, per un verso è fatica e apprendimento, per l'altro verso è conflitto aperto tra tesi diverse e aperta ricerca della mediazione. Soprattutto è la capacità di far emergere i protagonisti della nuova stagione, in una fase segnata da alcune rilevanti novità politiche, a sinistra.
La prima, è il Pd. La nascita del Partito democratico ridefinisce la collocazione strategica della principale formazione riformista del nostro paese: evidente, nel profilo del leader ma anche nel discorso che Walter Veltroni ha pronunciato a Torino a fine giugno, è la sua prossimità alla cultura politica nord-americana. Più in generale è esplicita nella nuova formazione la sua separazione dalla tradizione politica europea, in particolare dalla storia socialdemocratica. Non è un caso anomalo, l'ultima stranezza della politica italiana. La tendenza liberal-sociale, che è quella prevalente nelle formazioni di centro-sinistra dei diversi paese europei, dopo la fine della terza via di scuola anglosassone, con la sconfitta di Schroeder in Germania e l'uscita dalla scena di Blair, ne vede ora nascere una nuova versione nell'Europa latina, sull'asse franco-italiano di Segolène Royal e di Walter Veltroni che segna, sullo stesso asse politico-culturale, sia la nascita del Partito democratico in Italia che il nuovo Partito socialista in Francia.
Il rifiuto di questo esito del processo iniziato alla Bolognina (che non era niente affatto scontato) ha portato un'importante componente dei Democratici di sinistra, in nome di un discorso socialista, a collocarsi fuori dal Partito democratico, a sinistra: dunque, una parte importante della cultura riformista degli ultimi decenni spezza il monolitismo del percorso e si colloca nettamente a sinistra. E' un fatto nuovo e rilevante. Contemporaneamente lo Sdi, con motivazioni diverse, rifugge dall'ingresso nel Partito democratico e punta ad avviare, con forze affini e provenienti dalla diaspora socialista, il processo costituente di una forza socialista. Un'esperienza a cui guardare con interesse e spirito di confronto, come alla stessa dialettica nel Partito democratico, ma assai lontana dal terreno su cui si sono organizzate o si sono venute organizzando, in rapporto col movimento di critica della globalizzazione, le forze di alternativa. Ma è proprio su questo terreno che, dunque, va messa a frutto la novità, cogliendo l'occasione per dar vita a un'operazione politica di riorganizzazione dell'intero campo.
Si dischiude, vale a dire, una possibilità che non può andare perduta. Sullo stesso terreno, in tempi diversi e su un'ipotesi politica differente, vi ha lavorato il progetto di una rifondazione comunista fondata sulla revisione della sua cultura politica e su un rapporto inedito col movimento dei movimenti. Questa ipotesi, nella sua aspirazione più alta, si è infranta sulle dinamiche assunte dal rapporto tra politica e movimenti, su quelli interni al movimento e sul passaggio del governo. Essa resta viva come ricerca strategica, mentre l'esperienza in Europa e in Italia del Partito della sinistra europea continua a rivelarsi promettente, come dimostra la nascita in Germania della Die Linke, la nuova formazione politica che per la prima volta nasce e vive quale esperienza nazionale e di massa alla sinistra della socialdemocrazia tedesca. In Italia essa ha compiuto un passo avanti significativo con la Sinistra europea, che ha messo, prima nella sua costruzione e quindi nella sua costituzione, in rapporto organico tra loro, esperienze, storie e culture diverse che ora trovano posto in un'organizzazione politica che travalica in modo concreto e fecondo il Prc, valorizzando la sua, come tutte le altre storie nel lavoro politico comune. Ora, di fronte al fatto nuovo a sinistra, la nascita di Sinistra democratica, e di fronte alla necessità storica determinata dal rischio della scomparsa, in Europa, di una sinistra protagonista della politica, questo patrimonio va investito in un nuovo processo unitario capace di investire l'intero campo delle forze di alternativa. Italia, Francia e Germania sono di fronte allo stesso problema. Esso in ogni caso non può certo essere oscurato dalle diverse collocazioni europee: i confini tra Gue, Partito socialista europeo o altre "internazionali" non sono paratie stagne e anzi possono essere forzate di fronte a movimenti reali e sovranazionali. Come è successo nel caso della direttiva Bolkenstein. Non sono quelle, comunque, che possono impedire inediti processi unitari a sinistra.

Identità e contenuti. Una nuova costituente
In ogni caso, esiste già il perimetro attivo su cui costruire nei paesi europei una soggettività politica unitaria e plurale capace di far vivere la sinistra di alternativa. Esso si basa sulle grandi discriminanti che si sono affermate nella prassi di questi anni e che consentono di rifiutare muri artificiosi sia nei confronti delle aree più radicali, che nei confronti delle aree più moderate dei movimenti. Il no alla guerra e al terrorismo, prima di tutto, alla sua spirale di violenza e di morte (di morte anche della politica), che non è solo una, pur fondamentale, negazione: su di essa è cresciuto, e può ancora svilupparsi, un percorso che può parlare la parola del disarmo, di una collocazione geo-politica neo-neutrale dell'Europa in un mondo multipolare, di una politica attiva di pace. E che può alimentarsi di una opzione politico-culturale netta e fondante di un nuovo orizzonte per la sinistra: la nonviolenza. Il no alle politiche neo-liberiste, che è stato il portato di una resistenza sociale e politica capace di intrecciarsi (con quanti limiti e clamorose inadeguatezze anche a sinistra e nei movimenti lo sappiamo) con la crescita di esperienze e di movimenti i cui obiettivi si sono scontrati con il primato del mercato, depositando una sorta di "accumulazione originaria" del cambiamento possibile. Sono questi i grandi No su cui si è sostanziata l'idea di Un altro mondo è possibile, che non è mai risuonato soltanto come uno slogan, anche se non è ancora riuscito ad affermarsi come una politica. Alla crisi della democrazia e a un processo di formazione della volontà politica senza sovranità popolare si è venuta opponendo la partecipazione democratica come istanza e come prima esperienza sul campo, dal bilancio partecipato alle assemblee dei lavoratori e dei movimenti, al valore del contratto di lavoro fino alle molte reti costituitesi nella società. L'autonomia dei movimenti, il rifiuto della concezione del governo amico, l'autonomia del partito per un disegno di società futura sono intuizioni, pezzi di elaborazione che sono venuti alla luce - preziosamente quanto incompiutamente - anche di fronte alla prospettiva di governo maturata in Italia in una congiuntura politica che l'ha resa necessaria. Una prospettiva, del resto, quella della partecipazione al governo, che per le forze di alternativa si pone, nell'Europa di oggi, come una possibilità reale, non certo come un obbligo permanente.
Qui si colloca l'arduo passaggio da compiere: dalle grandi coordinate della pace, del rifiuto delle politiche neo-liberiste, della partecipazione democratica a una politica capace di porsi il tema della transizione - dell'alternativa di società. Ma questa impresa è possibile solo se prende corpo, forma e presenza permanente una sinistra di alternativa come soggetto politico. Solo la sua nascita può cambiare un panorama politico che, allo stato attuale, impedisce il salto e ne mette in discussione il futuro. L'americanizzazione della politica in Europa si è fatta un rischio minaccioso. Ogni rinvio di una nuova iniziativa a sinistra lo può alimentare. Solo l'acuta percezione di una necessità storica e la capacità di cogliere l'opportunità che si presenta consente di reimpostare efficacemente il rapporto tra la politica con la società, il conflitto e i movimenti. Né ci si può rassegnare a un neo-collateralismo tendenziale delle organizzazioni sociali e delle istituzioni di movimento rispetto all'accettazione o al rifiuto del governo.
In questo passaggio, serve mettere all'opera, fin dall'avvio del processo costituente del nuovo soggetto, un largo e coinvolgente impegno per la definizione di un vero e proprio programma fondamentale. Il suo programma fondamentale, quello a cui possono lavorare fin d'ora tutti i partiti e le formazioni politiche interessate al progetto, le associazioni e le organizzazioni sociali che, pur nella loro autonomia, possono scegliere di costruire un rapporto positivo con il processo, centri sociali, luoghi di organizzazione della società civile, riviste, organizzazioni di cultura, intellettualità che possano essere sollecitate a contribuire a una ricerca che anche attraverso il programma, un programma fondamentale, parli del futuro della sinistra. Un programma capace di lavorare su due obiettivi: la definizione di un nuovo compromesso per un'organizzazione dell'economia e della società compatibili socialmente, ecologicamente, democraticamente e nei diritti delle persone e la rimessa all'ordine del giorno della politica del tema della trasformazione.
Dunque, la proposta che ci sentiamo di avanzare qui e ora è quella di una costituente del soggetto unitario e plurale della sinistra di alternativa. Essa, battendo in breccia ogni tentazione politicista, passa in primo luogo per lo sviluppo di un discorso con e sui movimenti che incontri il popolo delle piazze, i lavoratori e i sindacati dei contratti di lavoro, le comunità di lotta dei territori, i movimenti sui diritti della persona, i soggetti critici, la formazione delle culture nel popolo e le ricerche degli intellettuali e nei saperi. Il governo, se ci si intende, è una variabile dipendente nel futuro della sinistra di alternativa. Va perseguita quando ne ricorra la necessità per il futuro del paese (specie se così considerata dall'intero popolo della sinistra) e/o quando su di esso si possa investire per un progetto di riforma della società. Il rapporto tra la politica del cambiamento e i movimenti è, sempre che ci si intenda, una variabile indipendente, nel senso che la ricerca di tale rapporto è il sale di ogni politica di trasformazione della società. Ma perché esso viva realmente, fuori da ogni inutile (e al fine dannosa) scomunica e da un'altrettanto inutile (e, al fine, ugualmente dannosa) assolutizzazione acritica di ogni conflitto, c'è bisogno della costruzione di un progetto di società, di riforma, e di trasformazione. E c'è bisogno di un soggetto politico che possa interloquire e dialogare sulla base di una conquistata capacità di rendere efficace la sua azione, cioè di essere credibile non solo perché autentico (non è questo ciò che ci manca) ma anche perché influente, incidente e capace di promuovere processi politici e risultati concreti. Di nuovo un'urgenza. C'è l'urgenza del fare per evitare che la sinistra venga sradicata dal paese e dall'Italia e c'è l'urgenza del fare perché una diversa prospettiva può essere aperta.

Conclusione
Tocca correre e, insieme, cercare la strada. Ci sono compiti che solo in parte si possono scegliere, tanto è forte la costrizione del contesto. Puoi rifiutarlo, ma così ti condanni. Dunque devi sceglierlo se vuoi darti un futuro. E puoi conquistarlo. La ricerca della rifondazione va perseguita lavorando sulla cultura politica, sulla prassi, sulle forme di organizzazione della politica; la revisione è stata avviata, va portata avanti coraggiosamente senza temere l'innovazione ulteriore: essa è ancora necessaria quanto la progettazione e la ricerca sulla trasformazione del capitalismo della globalizzazione; è la ricerca sul socialismo del XXI secolo. E va collocata in campo aperto, messa al confronto con altre culture politiche, altre soggettività - tutte quelle disponibili a costruire insieme il soggetto politico della sinistra di alternativa. Non vale opporvi la difesa di un'identità statica. L'identità che serve sia alla ricerca sia alla costruzione della sinistra alternativa è quella che abbiamo già conosciuta: è l'identità aperta, quella che si forma nella rifondazione della cultura di origine. Era la stessa la nostra identità prima e dopo l'incontro con la nonviolenza? In realtà la stessa costruzione del chi siamo, politicamente, deve rispondere alla ricerca su quale debba essere la politica di una sinistra di alternativa in Europa, il suo programma, e quale debba essere il suo compito nella ripresa del discorso sulla trasformazione. Perciò tocca insieme correre e cercare la strada.

torna sul sito principale di sdchieti: www.sdchieti.ilcannocchiale.it




permalink | inviato da sdchieti il 20/7/2007 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     ottobre       
 


Ultime cose
Il mio profilo





Blog letto 12727 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom